Il Muro, i muri. Il 1989 vent’anni dopo

di Angelo d'Orsi
da www.micromega.net

Il mondo celebra il 1989, a vent’anni di distanza dalla caduta del Muro. Le celebrazioni, si sa, sono per loro natura acritica, tendenti all’enfasi, e soprattutto a dimenticare i contesti, a offuscare i problemi, a mettere la sordina alle voci dubbiose, quando non, addirittura, a schiacciare nell’angolo dei refrattari impenitenti quanti non condividano l’ottica appunto della mera celebrazione.

È accaduto, all’inizio dell’anno, con il Futurismo, rispetto a cui si è operata una incredibile rimozione della sua ideologia politica, nazionalista, bellicista e imperialista; sta accadendo ora, come del resto era facile prevedere, con il ventennale dei fatti di Berlino, quella sera del 9 novembre 1989, allorquando il portavoce del governo della DDR, che aveva annunciato l’apertura della frontiera verso Berlino Ovest, a seguito di una domanda di un giornalista (italiano, dell’Ansa), che chiedeva da quando, rispose “da subito”. Fu allora che una marea umana si diresse verso i check point, e il Muro fu virtualmente abolito quella sera stessa.

Che sia stato un momento eccezionale di gioia, anzi di autentica felicità, per i berlinesi, e subito dopo, per tutti coloro che vivevano come reclusi nel sistema sovietico – che intanto si stava sgretolando –, è fuor di dubbio. Ma fu vera gloria? O, se si vuole, fino a che punto quella gioia, dietro la quale c’era un’ansia di liberazione, una speranza di progresso, un bisogno di pace vera, fu seguita da concreti risultati?

Norberto Bobbio, ancora prima del 9 novembre, a seguito dei fatti cinesi di Piazza Tien an Men, constatando l’evidente crisi del “socialismo reale”, appellò “stolti” coloro che si fregavano le mani per il fallimento della Falce e Martello: un fallimento sostanziale, che tuttavia, non significava, notava il filosofo torinese, la vittoria del capitalismo. O meglio era una vittoria che lasciava inesauste le ansie dei ceti subalterni: chi, fallito il socialismo, avrebbe dato una risposta alle esigenze di liberazione dalla miseria, dall’ingiustizia, dall’oppressione che erano fino ad allora in qualche modo state assunte dal movimento socialista e comunista? Insomma: nel “biennio rivoluzionario” 1989-1991 (fu a fine di quell’anno che si sciolse l’URSS), il socialismo fu sconfitto, ma il capitalismo non aveva vinto.

E la prima, più drastica e immediata conseguenza fu lo squilibrio sul piano internazionale. Al sistema bipolare seguì l’instaurazione di un monopolio pauroso, e produttivo di una serie di guerre senza fine, che sono ancora il basso continuo del nostro presente. Guerre di tipo nuovo: guerre ineguali, asimmetriche, “post-eroiche”, guerre ai civili, prima che agli eserciti, alle infrastrutture prima che alle strutture militari, al territorio e all’ambiente. Guerre in cui uno dei due contendenti – quello che era contro l’iperpotenza americana, o meglio quello che gli Stati Uniti individuavano come nemico – non aveva possibilità di vincere.

Il venir meno di uno dei due attori che si bilanciavano, ora minacciose, ora solo guardinghe, provocò la crisi del “Terzo”, ossia l’ONU, che vide il suo ruolo ridotto a quello di un notaio di decisioni che erano assunte dal governo degli Stati Uniti o dalla NATO. E intanto, anche a seguito della scomparsa, sul piano ideologico, del socialismo e del comunismo come contraltari all’esaltazione entusiastica del Liberalismo iper-liberista, che faceva del Mercato il nuovo Dio in Terra, il capitalismo si sfrenò rivelando tutti i suoi tratti più predatori, insofferenti di regole e di limiti. Il divario tra il Nord e il Sud del mondo divenne stratosferico, ma si incrementarono le distanze tra i ricchi (sempre più ricchi e sempre meno numerosi) e i poveri (sempre più poveri e sempre più numerosi) anche all’interno delle nostre società “democratiche”.

E la democrazia accelerò in modo drastico un processo già avviato di erosione interna, che nel corso dei due decenni alle nostre spalle ha trasformato radicalmente il sistema liberale, creando forme di leaderismo all’insegna di un neopopulismo mediatico, in cui la televisione conta assai più delle istituzioni, il pubblico si confonde con il privato, e si riducono via via gli spazi di agibilità per le opposizioni, si instaura un controllo sempre più ferreo sull’informazione, si tenta la subordinazione della magistratura all’esecutivo.

E tutto questo, in una deprimente rinuncia del ceto intellettuale a svolgere il suo ruolo critico: tacciono, gli intellettuali, del nostro mondo post-’89, quando dovrebbero parlare, oppure parlano, ossequienti al potere, o ridotti a intrattenitori di un’opinione pubblica sempre più conformata da un senso comune che ha accettato la sostituzione del “consumatore” al “cittadino”. Paradossalmente, mentre le democrazie diventavano senza democrazia, o con un tasso di democrazia sempre più scarso, pretendevano di esportare il loro modello altrove; magari sulla punta dei missili.

Insomma, le speranze di quella notte del 9 novembre del 1989 sono andate largamente deluse, e il mondo è più insicuro, meno libero e seduto sull’orlo di un abisso che rischia di inghiottirci tutti. Ecco, sia pure in sintesi, quello che diffusamente ho tentato di argomentare in un libro (1989. Del come la storia è cambiata, ma in peggio) subito stroncato dal “Sole 24 ore” e dal “Giornale”: due piccole medaglie al merito, per me.

Ecco, se si condivide all’ingrosso, questa analisi, cosa si può obiettare davanti alle eccitate celebrazioni del ventennale, senza rimpianti né nostalgie per il Muro e un sistema illiberale, ma senza fingere che quel che si è costruito da allora sia il mondo delle “magnifiche sorti e progressive”.

Non senza aggiungere che mentre si festeggia un Muro caduto, si assiste impotenti o si accettano ossequienti gli altri muri che si sono eretti e si erigono ogni giorno: dal muro costruito dagli israeliani in Palestina ai muri che circondano gli immigrati in quei lager che chiamiamo Centri di prima accoglienza (ed espulsione…), ai muri metaforici che dividono, separano, contrappongono “noi” agli “altri”, grazie a politiche sciagurate, imposte o accolte dalla “pubblica opinione”, non resa vigile dal lavoro che gli intellettuali dovrebbero svolgere di risvegliatori di coscienze e seminatori di dubbio.

Insomma, ricordare e meditare è buona cosa, anzi ottima; celebrare in modo retorico e acritico, lo è assai meno, e può essere persino negativo, se si vogliono apprendere le lezioni della Storia.

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Vent’anni dopo

di Piero Stefani
in “Koinonia-Forum” n. 171

Per ricordare il crollo del comunismo ci sia lecito percorrere, sia pure ingenuamente, un largo tratto del pensiero occidentale, confrontando tra loro Kant, Hegel e Marx. Verso la fine della sua vita, Kant scrive un piccolo trattato dal titolo ambizioso: Per una pace perpetua. Quelle pagine non si limitano a individuare le modalità di tregue prolungate che possano garantire una tranquilla convivenza tra gli stati: esse prospettano un esito più alto in cui la pace sarà condizione permanente per tutta l’umanità. Il libretto non ha l’andamento del sogno, al contrario assume piuttosto la veste di progetto, fornendo regole per fondare un diritto cosmopolitico (noi diremmo internazionale) in grado di garantire a tutti una pacifica convivenza.

Esse sono presentate come idee razionali e non già come fantasie, per questo possono diventare un modello. Nelle ultime righe dell’opera Kant scrive: «Se è un dovere, ed anche una fondata speranza, realizzare uno stato di diritto pubblico [vale a dire attuare le condizioni che consentono di stabilire un effettivo diritto internazionale], anche se solo con una approssimazione progressiva all’infinito, allora la pace perpetua, che succederà a quelli che sono stati sino a ora falsamente denominati trattati di pace (propriamente, armistizi), non è idea vuota». Dovere e fondata speranza assumono l’aspetto di tangenza all’infinito: non li si raggiungerà mai, ma ci si può avvicinare sempre. La vera meta diviene così un continuo camminare. Proprio l’aver rinunciato a un definitivo congiungimento evidenzia il carattere laico e progettuale del pensare di Kant.

A molti pensatori del XIX sec., a cominciare da Hegel, questo modo di procedere non sembrò né razionale, né realistico e l’idea apparve davvero vuota. Il punto di incontro tra l’agire umano e quanto accade perché deve accadere non è la speranza: è la storia. Il grande bacino di raccolta di tutte le acque lo si trova lì. I rivoli delle azioni di individui, collettività e stati scorrono inevitabilmente verso il mare della storia che li rimescola facendone un tutt’uno. Ogni fiume perde la propria specificità per realizzare la sua destinazione più autentica: fornire il proprio contributo perché si realizzi l’immensa e unitaria distesa delle acque. Nella sua accezione più autentica il termine «storia» va sempre coniugato al singolare.

Tenendo conto di ciò il pensoso sguardo di Hegel si rivolse dunque al presente e al passato (dal mare ai fiumi), non al futuro. I confini del mare non si possono tracciare, né conoscere in modo preventivo. La filosofia non può prevedere, il suo compito è di comprendere il presente e il passato. Assieme allo slancio utopico, in tal modo è riposto nel cassetto anche ogni senso forte legato al dover essere. Possiamo avere grandi ideali, ma essi da soli non ci garantiscono che diverranno realtà. A darci ragione deve essere in primis la storia.

Tuttavia è regola aurea affermare che la storia ci dà ragione solo se noi diamo ragione ad essa. Nel corso dell’Ottocento a qualcuno parve che la meta ultima della storia, più che come pace perpetua fondata su un diritto internazionale, dovesse essere pensata come l’avvento di una società giusta. È vano parlare di pace là dove vi sono ricchi che sono tali in virtù del loro sistematico sfruttamento del lavoro dei poveri. È ingannevole prospettare un’uguaglianza formale di diritti politici là dove la disuguaglianza sociale celebra i propri trionfi. L’affermarsi di una società giusta e ugualitaria va spogliata dall’aspetto, insoddisfacente, di tangenza all’infinito.

Quell’esito doveva essere fondato solidamente sulla storia, la quale era dalla nostra parte appunto perché noi siamo dalla sua. Marx e il socialismo furono le punte di diamante di questa maniera di pensare e di agire. Molte e non lievi furono le differenze di intendere i modi in cui la storia avrebbe confermato quella prospettiva. Per alcuni l’esito era a tal punto iscritto nell’ordine delle cose che bastava attendere che il sistema capitalista crollasse a motivo delle sue insanabili contraddizioni interne; per altri occorreva passare attraverso le doglie di una rivoluzione violenta. Per tutti la storia avrebbe comunque dato ragione a loro e torto agli altri. Milioni di persone hanno ritenuto che davanti a loro splendesse realmente il bel sol dell’avvenire. Per questo hanno vissuto e combattuto.

Nel XX sec. alcuni stati hanno sperimentato quello che si è definito il socialismo reale. Il potere è passato in quelle mani, ma la società giusta non si è realizzata. Per un certo periodo si è detto che si trattava di un’epoca di transizione e che a poco a poco le società socialiste avrebbero dimostrato la loro solidità e la loro superiorità storica. L’avvenire era ancora da quella parte. Verso lo scadere del secolo contraddizioni insanabili e collassi interni hanno travolto i sistemi socialisti e non quello capitalista. Il socialismo reale è crollato: la storia gli ha dato torto. Con esso sembra definitivamente tramontata anche la prospettiva di poter conseguire una società giusta.

Tuttavia poiché il nesso tra giustizia e pace appare ancora inscritto nell’ordine delle cose, la mancanza del primo termine comporta anche quella del secondo: a essere perpetua è la guerra, non la pace. Qualcuno però ancora si interroga se davvero la nascita, lo sviluppo e la scomparsa del socialismo reale abbiano costituito la fine senza rimedio di ogni speranza di conseguire una società giusta. A questa domanda si può rispondere in modo affermativo, aggiungendo però che ciò vale per quel tanto in cui il socialismo si è appoggiato sulla storia ed ha affidato a essa il compito dell’ultima conferma. Chi crede di avere ragione dalla storia non ha scampo quando essa gli dà invece torto. L’ideale è crollato per quel tanto che si è voluto presentare come reale.

Il nesso tra pace e giustizia e la volontà di non rassegnarsi a società profondamente e strutturalmente ingiuste è tuttora il fronte su cui si misura una politica alta, degna di questo nome. Si tratta, ai nostri giorni, di merce rarissima. È tale anche perché a essa è precluso di operare secondo i termini otto-novecenteschi di storia, progresso, sviluppo, crescita. La politica internazionale deve assumersi a pieno titolo un compito inedito per le passate generazioni umane e alieno alla mentalità sia capitalistica sia socialista: salvaguardare, per quel che è ancora possibile, le condizioni nelle quali la terra possa essere un habitat confacente alla specie umana. Su questo fronte Hegel e Marx non hanno nulla da dirci; altro è il discorso per il significato del limite perno su cui ruota il pensiero kantiano.
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Il denaro «pesa» più dell'acqua

di Alex Zanotelli
da www.carta.org

E’ stato uno shock per me sentire che il senato, il 4 novembre scorso, ha sancito la privatizzazione dell’acqua. Il voto in Senato è la conclusione di un iter parlamentare che dura da due anni. Infatti il governo Berlusconi, con l’articolo 23 bis della Legge 133/2008, aveva provveduto a regolamentare la gestione del servizio idrico integrato che prevedeva, in via ordinaria, il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali a imprenditori o società, mediante il rinvio a gara, entro il 31 dicembre 2010. Quella legge è stata approvata il 6 agosto 2008, mentre l’Italia era in vacanza.

Un anno dopo, precisamente il 9 settembre 2009, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge [l’accordo Fitto- Calderoli], il cui articolo 15, modificando l’articolo 23 bis, muove passi ancora più decisivi verso la privatizzazione dei servizi idrici, prevedendo:
a) L’affidamento della gestione dei servizi idrici a favore di imprenditori o di società, anche a partecipazione mista (pubblico-privata) , con capitale privato non inferiore al 40 per cento;
b) Cessazione degli affidamenti ‘in house’ a società totalmente pubbliche, controllate dai comuni alla data del 31 dicembre 2011.

Questo decreto è passato in senato per essere trasformato in legge. Il Pd, che è sempre stato piuttosto favorevole alla privatizzazione dell’acqua, ha proposto nella persona del senatore Bubbico, un emendamento-compromesso:l’acqua potrebbe essere gestita dai privati, ma la proprietà resterebbe pubblica. Questa proposta, fatta solo per salvarsi la faccia , passa con un voto bipartisan! Ma la maggioranza vota per la privatizzazione dell’acqua. L’opposizione [Pd e Idv], vota contro il decreto-legge.

E così il Senato vota la privatizzazione dell’acqua, bene supremo oggi insieme all’aria! E’ la capitolazione del potere politico ai potentati economico-finanziari. La politica è finita! E’ il trionfo del Mercato, del profitto. E’ la fine della democrazia.

«Se la camera dei deputati – ha detto correttamente il Forum dei movimenti dell’acqua – non ribalterà il misfatto del senato, si sarà celebrata la delegittimazione delle Istituzioni».

Per questo dobbiamo denunciare con forza:
- il governo Berlusconi che, con questo voto al senato, ora privatizza tutti i rubinetti d’Italia. «Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile del nostro paese e per la sua Costituzione – scrivono Molinari e Lembo del Contratto Mondiale dell’Acqua. I Comuni e le Regioni vengono espropriati da funzioni proprie con un vero attentato alla democrazia».
-il partito di opposizione, il Pd, che continua a nicchiare sulla privatizzazione dell’acqua [sappiamo che il nuovo segretario Bersani è stato sempre a favore della privatizzazione].
- ed infine tutta l’opposizione, per non aver portato un problema così grave all’attenzione dell’opinione pubblica.

Per questo rivolgiamo un appello a tutti i partiti perché ritirino questo decreto o tolgano l’acqua dal decreto. E questo devono farlo adesso che il decreto legge passa alla discussione nella camera dei deputati. Si dice che il decreto potrebbe essere votato il 16 novembre.

E ai partiti di opposizione chiediamo che dichiarino ufficialmente la loro posizione tramite il loro segretario nazionale e diano mandato al partito di mobilitarsi su tutto il territorio nazionale.
E chiediamo altresì , ai partiti di opposizione di riportare in aula la Legge di iniziativa popolare che ha ottenuto nel 2007 400 mila firme ed ora dorme nella Commissione ambiente della camera.

Chiediamo alle Regioni di:
-impugnare la costituzionalità dell’articolo 15 del decreto Fitto-Calderoli;
-varare leggi regionali sulla gestione pubblica del servizio idrico.

Chiediamo ai Comuni di:
-Indire Consigli comunali monotematici sull’acqua;
-dichiarare l’acqua bene di non rilevanza economica;
-fare la scelta dell’Azienda Pubblica speciale per la gestione delle proprie acque. Questa opzione, a detta di molti avvocati e giuristi, è possibile anche con l’attuale legislazione . Si tratta praticamente di ritornare alle vecchie municipalizzate.

Chiediamo ai sindacati di :
-pronunciarsi sulla privatizzazione dell’acqua tramite i propri segretari nazionali;
-mobilitarsi e mobilitare i cittadini contro la mercificazione dell’acqua.

Chiediamo infine alla Conferenza Episcopale Italiana [Cei] di :
-proclamare l’acqua un diritto fondamentale umano , come ha fatto il Papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate dove parla «dell’accesso all’acqua come diritto universale di tutti gli esseri umani, senza distinzioni né discriminazioni» [n.27];
-protestare, in nome della vita, come afferma il Papa nell’enciclica, contro la legge che privatizza l’acqua;
-chiedere alle comunità parrocchiali di organizzarsi sia per informarsi sia per fare pressione a tutti i livelli, perché l’acqua non diventi merce.

Infatti l’acqua è sacra, l’acqua è vita, l’acqua è un diritto fondamentale umano. Questo bisogna ripeterlo ancora di più, in un momento così grave in cui con il surriscaldamento del pianeta, rischiamo di perdere i ghiacciai e i nevai, e quindi buona parte delle nostre fonti idriche. E lo ripetiamo con forza alla vigilia della conferenza internazionale di Copenhagen, dove l’acqua deve essere discussa come argomento fondamentale legato al clima. Per questo chiediamo a tutti, al di là di fedi o di ideologie perché ‘sorella acqua’, fonte della vita, venga riconosciuta da tutti come diritto fondamentale umano e non sottoposta alla legge del mercato.

Si tratta di vita o di morte per le classi deboli dei paesi ricchi, ma soprattutto per i poveri del Sud del mondo che la pagheranno con milioni di morti per sete.
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L'Italia in bianco

di Mariavittoria Orsolato
da www.altrenotizie.info

Una barzelletta di dubbio gusto, nonché parecchio irrealistica, racconta che se mai un giorno il Po si dovesse prosciugare, sul letto del fiume invece che i ciottoli e la sabbia, si troverebbe uno spesso strato di cocaina. La battuta è circolata a tal punto, che persino rispettabili telegiornali come Studio Aperto ne fecero servizi pieni di angosce e timori. Che la suddetta barzelletta sia una verità di Bertoldo lo si sapeva da un pezzo, ma ad ulteriore conferma che il nostro è un paese di cocainomani, arriva un rapporto da Bruxelles in cui si precisa come in Italia i consumatori abituali di polvere bianca siano lo 0,8% della popolazione, contro una media europea dello 0,4%.

L’osservatorio europeo sulle droghe e le tossicodipendenze - che dal 1993 raccoglie e analizza tutte le informazioni disponibili su questo fenomeno culturale - ha affermato preoccupato che oltre 13 milioni di europei hanno provato cocaina almeno una volta nella loro vita, di questi la metà esatta sono giovani tra i 15 e i 34 anni.

L’agenzia europea con sede a Lisbona ha quindi confermato che la cocaina rimane lo stimolante più popolare d’Europa, sottolineando però che questo fenomeno interessa soprattutto la parte occidentale dell’Unione: l’Italia infatti rivaleggia, in termini di dipendenza diffusa, con Danimarca, Spagna, Irlanda e Regno Unito, tutti paesi in cui il consumo tra i ragazzi è attestato sul 4%. Accanto a questo fenomeno, l’Oedt ha riscontrato che il sempreverde spinello, pur restando la sostanza illecita più comunemente usata in Europa con una media di 74 milioni di consumatori, sta registrando delle flessioni importanti in termini di diffusione e consumo, soprattutto nei giovanissimi.

Pare quindi che malauguratamente gli under 30 stiano spostando la loro attenzione dalla cannabis alla cocaina, in un contesto di policonsumo che interessa soprattutto l’alcool. Ora, se le motivazioni di questo boom europeo della “bamba” non ci sono date sapere, in Italia il singolare fenomeno di deviazione sui consumi può essere spiegato facilmente con le norme introdotte dall’ultima revisione operata al testo unico sulle droghe.

La legge 49 del 2006, meglio nota come Fini-Giovanardi, va infatti a modificare le tabelle sulle sostanze, equiparando hashish e marijuana alla cocaina e distruggendo quelle che erano le distinzioni tra droghe leggere (indubbiamente le prime) e droghe pesanti (inevitabilmente la seconda). Non solo, per quanto riguardava la severità delle sanzioni, il duo legislativo si era concentrato soprattutto sulla “piaga” degli spinelli ed aveva elevato in modo spropositato le pene pecuniarie e detentive per lo spaccio ed il consumo.

La beffa di questa legge, che fece inviperire non poco gli antiproibizionisti delle penisola, consisteva nel fatto che assimilando la cannabis alla polvere bianca, anche la quantità tollerabile per il consumo personale è stata parificata a 5 grammi. La differenza, non poi così sottile, è che se 5 grammi di marijuana non sono poi così tanti, 5 grammi di cocaina per il consumo personale sono un’enormità. Questo escamotage ha permesso una diffusione capillare dello spaccio: dal momento che le dosi ordinarie di polvere bianca si aggirano sugli 0.70 grammi, il quantitativo permesso dalla legge a uso personale corrisponde a circa 7 dosi pronte da smerciare. Se a ciò si aggiunge che la nostra penisola - grazie ai traffici della ‘Ndrangheta - è la testa di ponte per la cocaina che, in arrivo dalla Colombia, va poi in tutta Europa, ben si capiranno le motivazioni che hanno spinto ad una così poco felice modificazione dell’esistente legge Turco-Napolitano.

La facilità con cui si riescono a reperire bustine di polvere bianca ha poi fatto crollare i prezzi, rendendo una dose accessibile veramente a chiunque: se fino a qualche tempo fa la coca era infatti considerata una droga da ricchi, adesso nelle piazze italiane un “pezzo” (circa 0,70 grammi) si può comprare con soli 40-50 euro. La valutazione sui prezzi é utile anche a spiegare il fenomeno di flessione che ha caratterizzato la cannabis, compagna di sventure nella legge Fini-Giovanardi: il prezzo che caratterizza una dose di coca al dettaglio, è circa 5 volte il costo di una pari quantità di marijuana e 10 volte quello dell’hashish. Dato che le pene si sono inasprite per la cannabis ma si sono notevolmente raddolcite nei confronti della polvere bianca, il mercato nero ha ovviamente spinto sulla distribuzione che rende di più e con cui si rischia di meno.

Questa inflazione ha così permesso alla sostanza di diffondersi tra tutte le classi sociali e di insidiare ogni generazione, diversificando di conseguenza le pratiche di consumo. Oggi la cocaina non si usa solo per movimentare le serate mondane: si sniffa nei bagni delle scuole prima delle interrogazioni, negli spogliatoi delle fabbriche per star svegli durante i turni di notte e, come le recenti cronache hanno abbondantemente documentato, la si usa (oltretutto a torto) come coadiuvante durante le prestazioni sessuali.

Esattamente 3 anni fa, gli inviati de Le Iene effettuavano un “drug test” in Parlamento all’insaputa degli interessati. Subito dopo la messa in onda, il servizio scatenava enormi polemiche: non tanto sul fatto che un deputato su tre risultasse positivo al test (l’8% dei quali alla cocaina), quanto piuttosto sull’imperdonabile violazione della privacy che Le Iene avevano operato nei bagni di Montecitorio. Oggi il cosiddetto “sistema Tarantini”, svela come in realtà la polvere bianca sia una potente merce di scambio e un’immancabile corollario a qualsivoglia tipo di incontro politico privato. Non ci stupiamo se allora quella della cocaina è ormai definibile come “cultura”.
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Qual è il destino dell'acqua?

di Rosario Lembo, Comitato Italiano Contratto Mondiale sull'acqua
da www.contrattoacqua.it

Sarà sancita dal voto della Camera nel corso di questa settimana, la definitiva mercificazione della gestione di "sorella acqua" tanta caro a San Francesco, patrono del nostro bel paese, l'Italia. Il destino di questa importante risorsa che rappresenta la sacralità della vita umana e di ogni essere vivente è purtroppo tristemente segnato da due provvedimenti assunti dal Governo Berlusconi

Il Parlamento ha infatti approvato il 6 agosto dello scorso anno, blindandolo con un voto di fiducia, l'art. 23 bis inserito nella legge 6 agosto 2008, n. 133 che ha classificato l'acqua come un servizio di rilevanza economica equiparato agli altri servizi pubblici locali e conseguentemente ha deciso di mettere sul mercato le modalità di gestione del servizio idrico attraverso l'obbligo della messa a gara degli affidamenti per tutti i servizi pubblici locali .

Non contenti di questa decisone che in parte aveva lasciato aperta un piccola finestra a livello di autonomia decisionale degli Enti locali attraverso la possibilità da parte dei comuni di chiedere la riconferma degli affidamenti a società a capitale totalmente pubblico (gestione i house) spacciando la necessità di un adeguamento dell'art. 23 alla disciplina comunitaria in materia di servizi pubblici locali di rilevanza economica, è stato inserito nel DL 135 l'art. 15 che modifica profondamente le modalità di affidamento dei servizi pubblici locali.

A questo punto sono scattate le reazioni delle principali lobby di settore, che hanno portato alla esclusione dalla scadenza e vincoli legati agli affidamenti, previsti dall'art. 15, i principali servizi a rete (gas naturale, energia elettrica, trasporto ferroviario regionale) limitando quindi di fatto le nuove modalità e la tempistica prevista solo ad acqua e rifiuti.

Il testo che esce dal Senato, con l'approvazione della stessa Lega Padana, e che il Governo si augura passi alla Camera dei Deputati senza troppe modifiche e colpi di scena, presenta in realtà gli stessi rilevi di costituzionalità già presenti nell'art. 23bis che hanno dato vita al ricorso di alcune Regioni ed al preannunciato nuovo ricorso della Regione Puglia - circa la violazione costituzionale di principi di competenza delle Regioni e degli Enti locali rispetto alla gestione di servizi di interesse generale rivolte ai cittadini, autonomia riconosciuta dalla Costituzione (art.114 e art.117) e dal Trattato della UE ( art.5) . Alla luce delle modifiche introdotte dal Senato rispetto sia affidamento a spa miste che agli obblighi imposti per la conferma della durata degli affidamenti in "house - providing", emergono inoltre possibili profili di violazione dei pronunciamenti della giurisprudenza comunitaria e quindi dei principi comunitari.

Qual è dunque il destino dell'acqua?

Se l'art. 15 licenziato dal Senato non subirà variazioni da parte della Camera tutti i rubinetti d'Italia che finora hanno erogato "l'acqua pubblica del Sindaco" passeranno, a partire dal 2011, in gestione al mercato cioè alle grandi imprese, attraverso l'obbligo della messa a gara del servizio idrico, l'affidamento dei servizi solo a società di capitali, l'apertura del mercato dei servizi pubblici ai privati con le società miste con un tetto di riduzione della presenza e controllo del pubblico ridotto solo al 30% del capitale azionario.

Saranno svendute le acque del nostro sottosuolo, i sindaci trasformati in azionisti, gli enti locali espropriati dal controllo delle risorse naturali presenti sui territori. Sarà chiusa per sempre l'esperienza delle società di gestione dell'acqua totalmente controllate dal pubblico, cioè dai comuni, che come in Lombardia, dapprima attraverso modalità consortili fra comuni e poi con le trasformazioni in Spa totalmente pubbliche, hanno dimostrato in questi anni di garantire acqua di buona qualità, a tariffe contenute, ad oltre 2,4 milioni di cittadini, applicando criteri di efficienza ed efficacia a livello di investimenti, di indice di produttività e di qualità e controllo dell'acqua erogata.

Alla luce di queste valide esperienze a livello di gestione diretta da parte dei Comuni, sorge spontaneo domandarsi a quale modello di federalismo e di sussidiarietà intende riferirsi la Lega Padana se ha accettato che l'art. 15 smantelli questo modello di esperienze dirette rese possibili grazie al totale controllo dell'acqua da parte di Sindaci eletti dai cittadini ? Questo decreto segna un passaggio cruciale per la cultura civile di questo paese e per la sua Costituzione, i Comuni e le Regioni che vengono espropriati da funzioni proprie . E' in discussione la democrazia e la parità di accesso e di tutela dei diritti di cittadinanza. L'accesso all'acqua sarà diverso per gli italiani a secondo della città , della provincia o della regione di residenza o in cui si vivrà.

Come italiani non avremo più in comune neanche pari opportunità di accesso ed utilizzo di sorella acqua. Ci auguriamo che la Camera non accetti tacitamente questo testo di legge. Il Comitato Italiano per il Contratto Mondiale sull'acqua ed il Forum dei Movimenti per l'acqua pubblica considerano il testo approvato dal Senato illegittimo ed incostituzionale, in quanto si espropriano i cittadini di un bene comune e "diritto umano universale"!

Chiedono pertanto alle forze politiche di esprimersi con chiarezza e di ripensare al voto espresso al Senato. Invitano Sindaci ed Enti Locali che da tempo sono scesi in campo per l'acqua pubblica a far sentire forte la propria voce, dichiarando da subito che non ottempereranno ad una legge che li espropria di una titolarità stabilita dalla Costituzione. Da ultimo, un invito ad ogni cittadino, a tutte le realtà sociali e territoriali, alle reti ambientaliste e per la tutela dei beni comuni, ed in particolare alle organizzazioni sindacali e al movimento degli studenti, di aderire alla campagna " Salva l'acqua" (www.acquabenecomune.org ) e partecipare alla manifestazione del 12 novembre alle ore 10,30 davanti al Parlamento in occasione dell'avvio del dibattito alle Commissioni della Camera dei Deputati.
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L'addio di Abu Mazen

di Luca Mazzucato
da www.aprileonline.info

Il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen ha annunciato che non si candiderà alle prossime elezioni palestinesi, che lui stesso ha convocato per il prossimo gennaio. La decisione è stata presa in seguito alle forti polemiche per la sua posizione ambigua sul rapporto della Commissione Goldstone su Gaza e il buco nero in cui sono precipitate le speranze di pace in Medioriente. A capo dell'ANP da cinque anni, Abu Mazen (alias Mahmoud Abbas) è stato un pilastro di moderazione nel panorama palestinese, dopo la morte di Yasser Arafat. A settantaquattro anni, una vita di militanza nell'OLP e in Al Fatah, ha rappresentato insieme al premier palestinese Fayyad l'interlocutore privilegiato degli Stati Uniti e il garante dello status quo. Personaggio chiave della strategia del “processo di pace,” durante l'amministrazione Bush e i governi Sharon-Olmert-Livni si è distinto per il suo supino allineamento alle richieste occidentali e israeliane.

Dopo la vittoria di Hamas alle elezioni del 2006 e il sequestro da parte israeliana di tutti i parlamentari eletti nel movimento islamico, Abbas ha avallato un vero e proprio golpe, insediando Fayyad a capo di un governo di Fatah e cercando di riconquistare con la forza delle armi la Striscia di Gaza, controllata da Hamas. Quest'ultima azione, portata avanti dal compagno di partito Muhammad Dahlan sotto il controllo americano, è sfociata in una sanguinosa guerra per bande e nell'espulsione di Fatah dalla Striscia di Gaza. Il conflitto intra-palestinese cominciato allora rimane tuttora irrisolto, nonostante gli assidui tentativi di riconciliazione tra Hamas e Fatah perpetrati da Egitto, Qatar e Arabia Saudita.

Rappresentante della vecchia guardia di Fatah, notoriamente corrotta e ormai priva di consensi, Abu Mazen non ha perso occasione per minare la propria credibilità agli occhi del popolo palestinese. In seguito ai sanguinosi scontri tra Hamas e Fatah a Gaza, le forze di polizia palestinesi in West Bank, sotto il controllo del presidente, hanno attuato una feroce repressione ai danni degli attivisti di Hamas, in un gioco di squadra insieme alle forze di Occupazione israeliana. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso riguarda l'atteggiamento tenuto da Abu Mazen nei confronti della Commissione Goldstone sull'invasione di Gaza nello scorso Gennaio.

Il rapporto della Commissione ONU, guidata dal giudice Goldstone, fervente sionista e dunque inattaccabile dalla propaganda israeliana, accusa governo ed esercito israeliano (insieme ad Hamas) di crimini di guerra durante l'invasione di Gaza. A fine settembre, la delegazione palestinese all'ONU avrebbe dovuto iniziare le procedure per presentare il dossier all'ordine del giorno del Consiglio di Sicurezza, per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite. Ma Abu Mazen si è piegato alle pressioni americane e ha deciso di bloccare l'iniziativa e posticiparla all'anno prossimo, cercando di insabbiare il procedimento.

La sottomissione di Abbas al diktat americano è stata di fatto percepita come un tradimento imperdonabile della causa nazionale da parte dei palestinesi, che sono scesi in piazza numerosi a dimostrare contro Abbas, tanto che persino la Siria e gli altri paesi arabi hanno condannato la mossa. Nonostante siano stati presi di mira dalla Commissione Goldstone, i leader di Hamas hanno accusato Abbas di giustificare a posteriori il massacro dei millequatrocento palestinesi morti nelle tre settimane di conflitto. Abbas ha cambiato idea la settimana scorsa, ottenendo l'approvazione del dossier Goldstone dal Consiglio ONU per i Diritti Umani nonostante la contrarietà americana, ma l'indecisione dimostrata in precedenza sarà difficile da digerire per gli elettori palestinesi. Durante una recente telefonata con Obama, in cui lo avvisava della sua volontà di farsi da parte, Abbas ha ammesso al presidente americano che il caso Goldstone è stato un grave errore politico.

Questo è il percorso che ha portato Abu Mazen a non ricandidarsi. Ha atteso la partenza del Segretario di Stato americano Hillary Clinton, in visita ufficiale tra Israele e Palestina, per rendere nota la propria decisione con un messaggio in diretta tv, ammettendo che qualsiasi tentativo di dialogo con il governo del falco Netanyahu è inutile e dunque la sua missione politica è esaurita.

Nonostante le elezioni siano programmate per il prossimo gennaio, è improbabile che la data venga rispettata. Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha dichiarato che non riconoscerà le elezioni fino a quando non verrà raggiunto un accordo tra il movimento islamico e Fatah, accordo che al momento resta lontano. Dunque Abu Mazen rimarrà saldamente al potere ancora per qualche tempo, in attesa che tra le file di Fatah emerga un candidato alternativo. Ma quali sono le alternative?

Al recente congresso di Fatah, il maggior consenso è stato riscosso proprio da Muhammad Dahlan, l'artefice del fallito colpo di stato a Gaza contro Hamas e uomo di fiducia dei servizi segreti americani. Ma la popolarità di Dahlan tra i palestinesi è ridotta, per via delle voci di corruzione e soprattutto per la sua rocambolesca fuga da Gaza in West Bank, orchestrata dall'esercito israeliano. Rimane Marwan Barghouti, ex-capo delle milizie Tanzim, che gode di un enorme consenso popolare e pare l'unico in grado di battere Haniyeh, il premier del governo Hamas a Gaza. Purtroppo, Barghouti si trova nelle carceri israeliane, dove sta scontando una condanna a cinque ergastoli, sebbene voci sul suo possibile rilascio riaffiorino di tanto in tanto.

Quel che è certo è che le speranze di pace per il Medioriente, all'apice un anno fa dopo l'elezione di Barack Obama, sono sprofondate. Nell'opinione pubblica palestinese, l'atteggiamento della nuova amministrazione americana nei confronti di Israele non è cambiato rispetto all'era Bush. La questione del congelamento delle colonie illegali in West Bank, che Obama aveva posto come precondizione per la ripresa del negoziato, è naufragata miseramente. Netanyahu ha chiamato il bluff americano e ha vinto la partita. L'ultima doccia fredda per i palestinesi è stato infatti l'accordo tra Clinton e Netanyahu per un cosiddetto “blocco temporaneo delle colonie,” ostentato come un grande successo dagli Stati Uniti, ma visto dai palestinesi come la definitiva capitolazione americana. Non è del tutto implausibile che la moneta di scambio sia stato l'addolcimento della posizione israeliana sull'Iran, che Netanyahu avrebbe offerto in cambio della mano libera sugli insediamenti nei Territori.

Dopo la notizia dell'abbandono di Abbas, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha dichiarato che “i palestinesi dovranno abbandonare l'idea di uno stato indipendente,” e che Abbas dovrebbe “dire la verità al suo popolo, cioè che con l'espansione degli insediamenti la soluzione dei due-stati non è più un'opzione possibile.” Secondo Erekat, “non rimane che focalizzare la propria attenzione sulla soluzione dello stato singolo, dove musulmani, cristiani ed ebrei possono vivere con gli stessi diritti.”
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Parlamento chiuso, legifera Papi

di Ilvio Pannullo
da www.megachip.info

La Camera dei Deputati rimarrà chiusa per un'intera settimana fino al 9 novembre, così com'è stato comunicato a tutti deputati dall'ufficio di presidenza. Sembra uno scherzo, o un messaggio surreale. È invece il dato incontrovertibile che segna quanto la nostra democrazia parlamentare sia in affanno, messa sotto scacco da una volontà politica ormai chiara più del sole. Già da tempo, sui giornali, si era infatti registrato il lento congelamento del Parlamento, lo svuotamento delle funzioni di Palazzo Madama e di Montecitorio: ma lungi dall'essere il frutto di un destino cinico e baro, o di una qualche calamità naturale, quanto accade in questi giorni è il prodotto di un disegno scientifico.

Scopo di questo disegno è concentrare tutti poteri nelle mani dell'Esecutivo, spostando il baricentro del potere dal Parlamento, così come descritto nella nostra carta costituzionale, a Palazzo Chigi, sede del governo. È questo un disegno che vede come suo inizio la famosa legge porcata di Calderoli, con la quale si è cercato non solo di svuotare di qualsiasi significato il voto elettorale, espressione genuina della sovranità popolare, ma anche, attraverso la diretta indicazione del Presidente del Consiglio sulla scheda, di modificare la costituzione materiale di questo paese in senso presidenzialista. Quanto accade in questi giorni è solo l'ennesima conferma della pericolosissima direzione, evidentemente anticostituzionale, che intende seguire l'attuale esecutivo.

Così accade che mentre il governo vede nella quotidianità della vita politica aumentare drasticamente i propri poteri, attraverso un’interpretazione espansiva delle norme che ne regolano la disciplina, la Camera chiude i battenti per dieci giorni. I numeri sono eloquenti: i deputati lavorano in media 27 ore alla settimana e, su 102 leggi approvate fino ad ora dall'inizio della legislatura, ben 87 sono di iniziativa governativa. Il che equivale a dire che il 90% delle leggi provengono dal governo. Fa impressione, inoltre, sapere che le 15 leggi approvate dal Parlamento sono il frutto di una sintesi che ha come base ben 4200 testi presentati dai deputati.

A Palazzo Madama la situazione è, se possibile, anche peggiore: dai numeri risulta infatti che un senatore lavora in media solo nove ore la settimana. Questa è la situazione ed appare evidente a tutti che un Parlamento ridotto in questo stato non serve a nessuno, essendo già di fatto nient'altro che un semplice luogo di ratifica delle proposte del governo.

La notizia dunque è questa: Montecitorio non lavora perché le scelte del governo gli impediscono di lavorare. A rendere eclatante quanto accaduto è il fatto che a denunciare la gravità della situazione sia stato lo stesso Presidente della Camera, Gianfranco Fini, autorevole membro della maggioranza. È stato infatti il cofondatore del PDL a confermare che la conferenza dei capigruppo ricomincerà a lavorare il 9 novembre con la riforma della legge di bilancio. “Mancanza di copertura finanziaria”. Questa una delle ragioni per le quali non è possibile calendarizzare in aula progetti di legge d’iniziativa parlamentare. Le commissioni sono ferme, ma non per pigrizia - precisa Fini - ma perché mancano i soldi. Quello stesso Gianfranco Fini, che all'inizio della legislatura aveva promesso che l'Assemblea avrebbe lavorato cinque giorni su sette invece dei tre della precedente, ha dato la colpa di questo stop all'esecutivo.

Teatro di questo conflitto è stato l'organo di autogoverno del Parlamento, la conferenza dei capigruppo. "Una delle ragioni per le quali non è possibile calendarizzare in aula progetti di legge d’iniziativa parlamentare - ha detto l'ex presidente di Alleanza Nazionale - deriva dal fatto che questi non possono essere licenziati dalle commissioni per mancanza di copertura finanziaria". Questo perché ai sensi dell'ultimo comma dell'articolo 81 della Costituzione, "ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte". Tuttavia, né la Costituzione, né altre fonti di diritto positivo, avevano in passato dettato precise norme in ordine agli strumenti e alle modalità di attuazione dell'anzidetto precetto costituzionale, che era stato di sovente disatteso, come rilevò la sentenza del 10 gennaio 1966, n. 1 della Corte Costituzionale.

La materia, invece, risulta ora espressamente disciplinata sotto il titolo di "copertura finanziaria delle leggi" dall'articolo 11 ter della legge 5 agosto 1978, n. 468. La legge prevede che la copertura avvenga esclusivamente a mezzo di: 1. utilizzo degli accantonamenti dei fondi speciali; 2. riduzione di precedenti autorizzazioni di spesa; 3. modificazioni legislative comportanti nuove o maggiori entrate. Il principio appare dunque chiaro: se non ci sono i soldi è meglio evitare di perder tempo per discutere di un intervento legislativo che comunque non potrebbe produrre alcun effetto.

Parole, quelle di Fini, indirizzate al ministro Elio Vito, responsabile dei rapporti con il Parlamento, e rimaste, a detta dei testimoni, senza nessuna risposta. Così accade nella sostanza che l'intera assemblea rimarrà ferma in un momento in cui certamente il lavoro non manca. Dopo la riforma della legge finanziaria, infatti, dal 9 novembre l'assemblea di Montecitorio discuterà la mozione Realacci sulla nave dei veleni al largo della Calabria e il disegno di legge sull'istituzione del ministero della Salute, mentre il provvedimento sulla cittadinanza gli immigrati sarà rinviato a dicembre. Il punto però che occorre sottolineare è un altro. L'idea, cioè, di poter modificare l'ordine costituzionale del Paese senza rispettare le norme previste dalla stessa Costituzione all'articolo 138.

Accade dunque che il governo, in questo aiutato dallo strapotere mediatico del Biscione, cerchi di persuadere la pubblica opinione che l'Italia è un paese che ha bisogno di essere ristrutturato e rivisto nella sua interezza e che, per lungo tempo, è vissuto al di sopra delle proprie possibilità. La soluzione ai problemi è dunque nel rigore economico, che si traduce in un immobilismo dell'esecutivo nella gestione della spesa pubblica e nel taglio di ogni costo superfluo, che si traduce nella riforma di qualsiasi istituto che sia di ostacolo all'iniziativa del governo, e dunque alla volontà di Silvio Berlusconi.

È infatti questa la chiave di lettura attraverso la quale leggere i recenti avvenimenti. È in atto una vera e propria guerra istituzionale da quando il Presidente del Consiglio, sentendo come un oltraggio la bocciatura da parte della Corte Costituzionale del lodo Alfano, ha deciso di lanciare una vera e propria controffensiva nei confronti di tutti poteri ancora autonomi, e dunque pericolosi perché immuni dalla sua influenza: la magistratura prima, la Corte Costituzionale e il Presidente della Repubblica poi, il Parlamento adesso. Ben si comprende quindi il perché il presidente del Senato, Schifani, uomo di fiducia del premier, abbia deciso di non seguire l'iniziativa del suo collega Fini, come se il problema dell'autorevolezza del Parlamento non lo riguardasse. Quando si va in guerra, infatti, servono soldati non filosofi, bisogna quadrare le posizioni e serrare i ranghi: la fedeltà al capo non si mette in discussione neanche se ad essere sotto attacco è la credibilità della istituzione che si rappresenta. La strategia è chiara, i giochi sono fatti. In palio c'è il regime.
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Vittime di guerra

di Stefano Rizzo
da www.aprileonline.info

Tredici morti (dodici soldati e un civile) e 31 feriti: e l'America rimpiomba nella paura. Uno psichiatra 39enne, il maggiore dell'esercito Nidal Malik Hasan, specialista in stress post-traumatici e di origine giordana, ha aperto il fuoco contro i suoi compagni della base militare di Fort Hood, in Texas, e ha fatto una strage. E questa non è una strage come le altre

Questa non è una strage come le altre. E' diversa dalle molte che si ripetono con frequenza quasi annuale negli Stati Uniti e che sono il risultato della miscela esplosiva costituita dall'incontro tra uno psicopatico e un'arma letale, entrambi abbondanti in quel paese. Questa volta l'autore della strage, il maggiore dell'esercito Nidal Malik Hasan, che ieri nella base di Fort Hood in Texas ha ucciso 13 persone e ferito un'altra trentina sparando nel mucchio tra i soldati e i civili, non è uno psicopatico, almeno non in un modo ovvio: è un medico, uno psichiatra il cui compito era valutare lo stato di salute mentale dei soldati prima di mandarli in guerra.

Il dottor Hasan non era mai stato in guerra, ma la conosceva bene dai racconti dei militari che tornavano dal fronte raccontando le storie orribili di bombe e di stragi in cui avevano perso i loro commilitoni. Tra i suoi compiti c'era anche quello di curare i soldati che ritornavano dalle missioni all'estero di quella che viene chiamata la sindrome da stress post-traumatico, o PTSS, un nome apparentemente scientifico per indicare quello che succede nella mente di un essere umano quando viene posto nelle condizioni di uccidere e di essere ucciso, così che dopo un po' crolla ed è capace di qualunque cosa. Ragazzi tranquilli, "bravi figlioli" in tempo di pace, sprofondano nella depressione dopo l'esperienza della guerra, diventano violenti, in numero allarmante picchiano e uccidono le loro compagne, si suicidano.

Il dottor Hasan sapeva dei suicidi e degli omicidi, della depressione e dell'alcolismo dei soldati affidati alle sue cure; sapeva della paura di quelli che dovevano partire e dei terrori di quelli che erano ritornati. Sapeva che per andare in guerra e per superare il trauma del campo di battaglia, per potere convivere con il ricordo della violenza subita o perpetrata, un uomo e una donna deve sentire dentro di sé delle ragioni valide, provare motivazioni forti. Ma queste due guerre, quella irachena e quella afgana, di motivazioni convincenti non gliele danno. Gli uomini politici e i generali ci provano, ma il soldato non è convinto.

Se va in guerra è soprattutto perché non trova un lavoro in patria o perché ha bisogno della diaria e del premio di ingaggio per pagare il mutuo della casa o, al suo ritorno, per andare al college. Le interviste che i giornalisti fanno ai soldati dicono che la maggior parte di loro non capisce il senso di queste guerre e vorrebbero che finissero. Vedono i propri compagni morire, senza che il fronte avanzi, perché il fronte non esiste: il tutto appare insensato, così che ad un certo punto non ce la fanno più.

Anche il dottor Hasan evidentemente non vedeva il senso della guerra. Si era arruolato 18 anni fa, l'esercito l'aveva fatto studiare, diventare medico e psichiatra. Adesso però voleva uscirne perché non voleva essere mandato in Iraq o in Afghanistan: sperava che Obama ritirasse i soldati e ponesse fine alla guerra. L'avvocato che aveva consultato gli aveva detto che non poteva lasciare l'esercito fino alla scadenza del contratto e finché non avesse restituito i soldi che aveva ricevuto per studiare. Tutti alla base, ufficiali e soldati, sapevano come la pensava anche se nessuno aveva sospettato a quali conseguenze sarebbe arrivato.

Forse c'erano anche ragioni personali. Nidal Hasan era nato negli Stati Uniti, era cittadino americano, figlio di immigrati palestinesi o giordani, che avevano lasciato la Palestina dopo la guerra e l'occupazione israeliana del 1967. Anche i suoi genitori erano fuggiti dalla guerra e dall'occupazione militare. Negli Stati Uniti si erano rifatti una vita, avevano messo su un ristorante in Virginia e in qualche modo realizzato il sogno americano. Pochi anni fa erano morti entrambi e Nidal, che non si era mai sposato, è rimasto solo.

In passato non era mai stato molto religioso, ma adesso si era avvicinato nuovamente all'Islam; sembra che avesse cercato una moglie "buona mussulmana", ma non era riuscito a trovarla; sembra anche che una delle ragioni per cui voleva lasciare l'esercito era la discriminazione cui era sottoposto (o pensava di essere sottoposto) a causa del suo nome arabo. Forse era cresciuta in lui l'indignazione per le sofferenze patite dai genitori e, prima di loro, dai loro genitori a causa del colonialismo europeo e poi dell'espulsione dalle loro terre da parte degli siraeliani. Nella sua mente a questo punto chiaramente disturbata deve essere avvenuto un cortocircuito che ha collegato gli eventi di quaranta anni fa che colpirono la sua famiglia con le vicende di questi anni: il terrorismo, la guerra, l'occupazione - ancora una volta nella storia del mondo arabo - del Medioriente da parte dell'Occidente.

E così ha deciso di non volere essere più parte di questa storia, di impedire a se stesso e ad altri quaranta soldati cui ha sparato e ha ucciso di andare in guerra, diventando così, ancor prima di partire, lui e gli altri vittime di guerra. Il gesto di un folle, certamente, irragionevole e folle, ma non immotivato.
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L'omicida di Forth Hood sotto farmaci psicotropi?

di Paul Joseph Watson
da www.prisonplanet.com

Nonostante il fatto che l'omicida Nidal Malik Hasan fosse uno psichiatra, i media non hanno nemmeno sollevato la domanda se stesse prendendo farmaci psicotropi prima che freddasse oltre una dozzina di suoi colleghi durante la tragica violenza di ieri: una grave colpa dell'establishment, che si precita ad accusare la politica, la religione, il diritto al possesso di armi, o qualunque altro fattore per le sparatoie stragiste in modo da nascondere il collegamento diretto tra tali massacri e l'uso di farmaci anti-depressivi.

E' stato confermato che Hasan era uno psichiatra dell'esercito a Fort Hood. Gli psichiatri hanno tutta una storia di "auto-cure" per via della facilità con cui possono accedere a farmaci psicotropi.

In quasi ogni maggiore sparatoia stragista degli ultimi due decenni, ossia da quando i farmaci anti-depressivi sono diventati popolari, l'omicida era sotto SSRI - inibitori della ricaptazione della serotonina.

I media dell'establishment, strettamente alleati come sono all'industria farmaceutica, mancano uniformemente di sottolineare questo comune fattore, preferendo invece accussare il secondo emendamento o, come nel caso di Hasan, motivazioni politiche.

Comunque, ogni studio onesto su questo fenomeno non può giustificabilmente giungere a qualsiasi altra conclusione se non che gli SSRI giocano un ruolo centrale nell'indurre uno stato di furia omicida nell'assassino e a spingerlo verso quel tipo di carnefifica che la persona media fatica a comprendere.

Subito dopo aver saputo del massacro al Virginia Tech, la maggior sparatoia nella storia degli Stati Uniti ad opera di una sola persona, predicemmo che l'assassino si sarebbe rivelato sotto farmaci psicotropi, e fu esattamente così.

Eric Harris e Dylan Klebold della Columbine, come anche il 15enne Kip Kinkel, l'omicida dell'Oregon che assassinò i suoi genitori e compagni di classe, erano tutti sotto farmaci psicotropi.

Robert Hawkins, il 19enne che uccise sè stesso e altre otto persone con un fucile d'assalto ad Omaha (Nebraska) nel dicembre 2007 aveva tutta una storia di trattamenti con farmaci psichiatrici per la depressione e l'ADHD (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività), oltre ad essere sotto Prozac.

Jeff Weise, l'omicida della Red Lake High School era sotto Prozac, “Unabomber” Ted Kaczinski, Michael McDermott, John Hinckley, Jr., Byran Uyesugi, Mark David Chapman e Charles Carl Roberts IV, l'assassino nella scuola Amish, erano tutti sotto farmaci psichiatrici SSRI.

Steven Kazmierczak della Northern Illinois University prendeva il Prozac.

Poichè questi farmaci mortali prevalgono in quasi tutti gli incidenti di questo tipo, dove sono gli appelli per bandire il Prozac? Perchè c'è sempre la stessa prona reazione, che attacca il diritto all'auto-difesa sancito dal secondo emendamento? Il fatto che la sparatoia di ieri sia avvenuta in una base dell'esercito è l'unica ragione per cui i media dell'establishment sono stati incapaci di attribuire al secondo emendamento la carneficina. Invece, hanno sfruttato la religione di Hasan per suscitare ancora più odio verso i Musulmani in un volgare tenattivo di rinvigorire il calante sostegno dell'opinione pubblica per la guerra al terrore.

Gli studi scientifici che rovano come il Prozac incoraggiale tendenze suicide sono voluminosi e coprono un arco di almeno un decennio.

Nel 2005, è stato rivelato che Eli Lilly aveva piena conoscenza di un aumento del 1200 % del rischio suicidio per quanti assumono il Prozac. Questa scoperta si è avuta sulla scia dei dati pubblicati nel British Medical Journal un anno prima.

Nel 2006 fu pubblicato un rapporto che portava a conoscenza il fatto che il farmaco anti-depressivo Paxil raddoppia il rischio di comportamento violento. Un altro studio pubblicato negli Archivi di Psichiatria Generale rivelava che gli adolescenti che predono farmaci anti-depressivi sono più propensi a commettere il suicidio.

E' un fatto ben noto tra i produttori che questi farmaci sono direttamente connessi a disturbi del comportamento, tra cui agitazione, attacchi di panico ed aggressività estrema, ma il loro uso è così comune che tra poco li troveremo anche nell'acqua corrente.

I media, nelle mani nel complesso militar-industriale statunitense, continueranno a sfruttare gratuitamente e senza vergogna la tragedia di ieri caratterizzando le credenze religiose e politiche di Hasan come la principale motivazione dietro al massacro, senza nemmeno indagare se stesse prendendo o meno farmaci psicotropi e quale ruolo questi hanno giocato nel perchè sia improvviamente cambiato, con un rispetto a come la famiglia ne ha descritto la personalità.
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Quando il superindice indica la Luna...

di Nane Cantatore
da www.aprileonline.info

L'entusiasmo da parte dell'attuale governo per i dati OCSE indica solo una scarsa capacità di leggere gli indici, o forse una certa fiducia nella facilità con cui l'opinione pubblica si lascia manipolare. Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un'economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico

L'OCSE è un'organizzazione di allegri burocrati che fornisce pareri illuminati ma molto nebulosi sullo stato dell'economia e che, come altre organizzazioni di questo tipo, sbaglia la maggior parte delle previsioni ma continua a tirarne fuori come fossero oracoli ispirati da una sapienza infallibile. Lo strumento principe di questi vaticini è il cosiddetto superindice o, per chiamarlo con il suo nome vero, il CLI (Composite leading indicators), uno strumento che aggrega diversi dati disponibili in tempi rapidi per elaborare delle stime a breve termine, sei mesi al massimo, sull'andamento delle economie nazionali.

Questo indicatore, insomma, dovrebbe fornire previsioni attendibili sull'andamento del PIL o della produzione industriale totale, il che significa due indicatori ulteriori, non necessariamente efficacissimi, sullo stato di salute generale delle economie nazionali. L'aggregazione di diversi dati permette di ridurre statisticamente i margini di errore, ma ovviamente tutto dipende dalla logica con cui avviene questo processo; inoltre, la scelta di puntare su dati a breve termine, come la richiesta di autorizzazioni per la costruzione di immobili, la percezione dell'andamento economico e non meglio precisati dati finanziari e monetari, presenta due ordini di problemi.

Il primo è l'impossibilità di individuare le bolle di vario genere, che colpiscono in modo sempre più devastante le economie a carattere maggiormente finanziario. Il secondo è il rischio di sopravvalutare fattori congiunturali sul brevissimo periodo: per esempio, il cosiddetto piano casa ha prodotto un picco di richieste di autorizzazione, che hanno ottenuto un solo risultato concreto, quello di intasare gli uffici tecnici dei comuni.

Si tratta, insomma, di uno strumento molto tecnico, che non dice nulla sullo stato strutturale dell'economia ma si limita a cercare di prevedere la performance a breve, indicando l'attesa di fasi di espansione o di recessione, indipendentemente dai fattori scatenanti: ad esempio, una forte immissione di denaro pubblico può provocare un'espansione a breve, ma certamente innesca una fase di sofferenza delle casse pubbliche che, a sua volta, può causare notevoli sofferenze nel medio termine.

Sembra decisamente fuori luogo, insomma, esultare per i dati lusinghieri di queste stime per l'Italia. Del resto, anche la precedente rilevazione aveva predetto un buon andamento per l'economia italiana, senza che si siano poi visti grandi effetti. Nel caso specifico, poi, è la stessa OCSE a invitare alla cautela, visto che l'attesa di miglioramento della situazione economica per l'Italia, "può essere in parte attribuito a un calo degli stessi potenziali di crescita e non solamente a un miglioramento della stessa attività economica".

Traducendo questa frase sibillina in linguaggio corrente, risulta che, se è vero che il superindice per l'Italia è cresciuto di 10,3 punti su base annua e che questa crescita è la più elevata tra i Paesi indicati, questa stima non indica tanto un'attesa di crescita del PIL, quanto una valutazione della performance sulla base di parametri più ridotti, vale a dire una crescita all'interno di uno scenario più contratto.

Se l'indice indica davvero qualcosa, allora, quello che viene indicato è un contesto di sostanziale stagnazione, in cui è difficile attendersi una buona performance economica in assoluto, ma nel quale è possibile che l'andamento a breve dell'economia italiana, anche grazie all'effetto immediato di una certa facilità nella spesa pubblica, possa essere di consolidamento invece che di ulteriore sprofondamento.

Tutto questo, senza che si dica nulla sulle cause effettive della crisi in Italia, che non sono la caduta dei mercati finanziari, che da noi restano solidi per una serie di fattori specifici, e che ci hanno colpito in modo indiretto, ma gli scarsi investimenti, i redditi bassi e la sostanziale assenza di mobilità sociale: elementi strutturali, che la crisi globale acuisce ma dei quali non è la causa diretta.

Il superindice, abbassando i potenziali di crescita, fotografa una situazione di scarso sviluppo e valuta in modo positivo un'economia colpita solo indirettamente dalla crisi, ma questa crisi è un fenomeno acuto, mentre la devastazione del tessuto economico italiano è un dato cronico. Anche in questo caso, quando il dito indica la Luna, lo sciocco guarda il dito.
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Ospiti non graditi

di Suora X (Tratto dalla rivista cattolica statunitense di cultura, politica e religione "Commonweal")
da Adista Contesti n. 106 del 24/10/2009

Visita apostolica alle suore Usa: quali sono le reali intenzioni del Vaticano? Le riflessioni anonime di una religiosa

Sono una religiosa da più di trent’anni, parte di una comunità che è attiva in questo Paese da oltre un secolo, e la cui opera ruota intorno all’insegnamento e all’assistenza sanitaria. La nostra congregazione appartiene ad un ombrello di organismi, la Leadership Conference of Women Religioius (Lcwr) che rappresenta il 95% delle congregazioni religiose femminili statunitensi.

Grazie a recenti iniziative vaticane, l’Lcwr ha conquistato le prime pagine dei giornali. A febbraio il Vaticano ha annunciato che avrebbe condotto una “visita” di tre anni per valutare la “qualità della vita” delle suore americane. Un mese dopo, la presidente dell’Lcwr ha ricevuto una lettera del card. William Levada, ex arcivescovo di San Francisco e ora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf), che la informava che ci sarebbe stata anche un’investigazione, o “valutazione dottrinale”, nella Lcwr stessa. Alcuni problemi, ha spiegato Levada, dovevano essere affrontati. A quanto risulta, hanno a che fare con il presunto fallimento dell’Lcwr nell’esprimere con sufficiente rigore dottrinale l’adesione a diversi documenti ecclesiali recenti. Evidentemente il Vaticano è preoccupato che la Lcwr non sia stata contenta degli insegnamenti magisteriali riguardo all’ordinazione sacerdotale delle donne, alla relazione della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane, e alla natura “intrinse-camente disordinata” degli atti omosessuali.

La visita del Vaticano - condotta sotto gli auspici della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le società di Vita Apostolica (Ciclsal) - non giudica la “qualità della vita” delle congregazioni claustrali delle Carmelitane, Benedettine, Domenicane o altre comunità dedite alla vita monastica contemplativa. Né si occupa delle congregazioni internazionali con membri che lavorano negli Stati Uniti le cui case madri sono fuori dal Paese. Ha per oggetto, invece, esclusivamente le religiose attive i cui centri e le cui case di formazione si trovano negli Stati Uniti, donne educate e formate qui alla vita religiosa, donne che lavorano con grandi istituzioni sanitarie e educative in questo Paese, e che collaborano finanziariamente su progetti come quelli relativi alla pace e alla giustizia.

Perché solo le suore americane? Un’area condivisa di preoccupazione, certo, è il crollo netto delle vocazioni negli ultimi decenni. Quarant’anni fa, c’erano 180.000 religiose professe nel Paese; oggi sono meno di 60.000. Eppure anche il numero dei preti è crollato a precipizio nello stesso periodo, lasciando più del 10% delle parrocchie senza pastori residenti. Perché la carenza di preti non è anch’essa motivo di una visita? Durante lo stesso periodo i vescovi Usa hanno esercitato il loro ministero in uno scandalo di abusi sessuali costato alla comunità cattolica più di 2 miliardi di dollari e all’episcopato gran parte della sua credibilità morale. Allora perché non c’è nessuna visita per i vescovi? (…).

Voglio iniziare dicendo che credo nella buona volontà della Chiesa istituzionale. Parte essenziale del mio impegno verso Cristo è la convinzione della santità della Chiesa; che è ciò che ho professato quando ho preso i voti. (…). Eppure, la mia reazione alla visita, e specialmente alla prospettiva della “valutazione dottrinale”, contiene più di un po’ di scetticismo. Mentre sono contenta che “Roma sappia la verità” sulla nostra vita e la nostra dedizione a Cristo, non posso non sospettare che coloro che stanno dietro a queste iniziative non siano interessati in primo luogo alla qualità della mia vita spirituale. Per dirla schiettamente, sento che le religiose americane sono vittime di una prepotenza. Il fatto che la visita venga apparentemente pagata da donatori anonimi, e che le leader delle nostre comunità non possano vedere i rapporti investigativi che ne risulteranno, non genera fiducia. Le dinamiche della visita, poi, e dell’investigazione, fino ad ora sono state vissute dalle religiose come improntate al segreto, non amichevoli e unilaterali.

L’accusa implicita soggiacente alla valutazione dottrinale dell’Lcwr è che i suoi vertici non sono abbastanza cattolici agli occhi della Chiesa. Avendo vissuto, lavorato e pregato con queste donne per decenni, trovo questa supposizione offensiva e assurda, talmente assurda, in realtà, da chiedersi se l’investigazione non intenda, in realtà, minare alla base la fiducia nella leadership femminile delle congregazioni. Il diritto canonico, così come le costituzioni delle congregazioni, assicura che i membri professi possano eleggere liberamente i loro vertici, piuttosto che vederseli imporre da un vescovo. Come in altre congregazioni religiose, ho agito nella convinzione che il governo democratico della mia comunità fosse guidato in definitiva dallo Spirito Santo. Aiutandomi a scegliere chi ci guidava, ho fatto affidamento sulla conoscenza dei talenti delle mie consorelle e sulla mia storia di preghiera e dipendenza dallo Spirito Santo. Ciononostante ora il card. Levada ci informa che l’integrità dottrinale di quelle superiore è discutibile.

La minaccia di un’azione disciplinare rende difficile alle religiose parlare apertamente su questo tema. Ecco perché scrivo in forma anonima. Fortunatamente ho fiducia nel mio vescovo e per questo ringrazio le mie buone stelle. Ma se un vescovo di qualche altra diocesi o un uomo del clero in Vaticano o un vescovo di una commissione della Usccb che volesse dar mostra di ortodossia dottrinale decidesse di prendermi di mira per ciò che ho scritto? È accaduto ad altre consorelle. Nel clima attuale, il mio vescovo sarebbe disposto a violare la norma tacita secondo cui i vescovi “non si criticano a vicenda in pubblico” per intervenire a difendermi? Non voglio metterlo in questa situazione.

E questa non è l’unica preoccupazione. Quando un vescovo vuole prendere di mira una singola suora, spesso – e che “sia di esempio per tutte” – fa scrivere da un ufficio vaticano al superiore o al presidente della sua congregazione, operando una pressione sui vertici affinché “facciano qualcosa”. La regola è prima il giudizio, poi la prova; e se le superiore non fanno qualcosa per punire la consorella che si presume sia refrattaria, il Vaticano si muoverà contro di loro. È una forma di punizione collettiva, e la minaccia tiene le religiose nei ranghi in religioso silenzio sui temi controversi, come la visita. E così, con poche notevoli eccezioni, come sr. Joan Chittister e Sandra Schneiders, la massa è stata in silenzio sulla visita, fin da quando è iniziata, nove mesi fa. Le religiose non vogliono dire nulla che scateni l’ira del Vaticano sulla loro superiora.

Il cardinal Levada ha delegato il lavoro di valutazione dottrinale della Lcwr al vescovo Leonard Blair di Toledo, Ohio. Il vescovo Blair sembra un uomo cordiale; ciononostante la sua dissertazione per il dottorato all’Angelicum a Roma era intitolata “Simbolismo maschile e femminile nella Chiesa: una rivalutazione della dimensione mariana/femminile”. Me ne scuso, ma tendo a innervosirmi quando i vescovi cominciano a pontificare sul simbolismo dell’eterno femminino. Blair era anche membro di una commissione episcopale che doveva incontrarsi all’Università di Notre Dame l’anno scorso, ma spostò l’incontro fuori dal campus per protestare contro uno spettacolo dei Monologhi della Vagina. Basti dire che moltissimi vescovi sono uomini buoni e benintenzionati; eppure, raramente si trova un vescovo che comprenda realmente la vita delle donne.

Torniamo un po’ indietro e chiediamo: da dove è nato lo slancio per la visita e l’investigazione? Durante una visita a Roma, lo scorso aprile, diverse rappresentanti della Lcwr hanno posto questa domanda al card. Rodé, prefetto della Ciclsal, e sono state informate del fatto che l’iniziativa era partita da membri americani della Curia, da alcuni vescovi Usa e da alcuni membri di comunità religiose. Il card. Rodé ha detto alle rappresentanti Lcwr che erano state espresse “preoccupazioni” su temi che andavano dalle sistemazioni logistiche alla mancanza di nuove vocazioni e alle posizioni pubbliche che alcune religiose assumono su temi come l’ordinazione femminile, l’omosessualità e l’aborto.

All’inizio di agosto, il Vaticano ha diffuso l’Instrumentum laboris in 12 pagine che illustravano il processo della visita. Le disposizioni del documento non sono rassicuranti. Per esempio, non è previsto che alcuna rappresentante delle congregazioni americane parli con Rodé; nessuna poi potrà leggere una bozza del rapporto che gli verrà consegnato dalla “visitatrice” incaricata, madre Mary Clare Millea. Quindi, nessuna presidente di congregazione avrà la possibilità di valutare il giudizio contenuto nel rapporto o di mettere in discussione le sue conclusioni, e nemmeno di vedere una lista dei cardinali e dei vescovi americani che hanno raccomandato lo studio all’inizio. Questa segretezza non crea un clima in cui la portata pastorale della Chiesa possa essere efficacemente comunicata; e si sospetta che gli interventi di Roma difficilmente incentiveranno le vocazioni alla vita religiosa femminile.

Ci sono altre preoccupazioni. Essere un istituto pontificio e non una congregazione diocesana, dà il vantaggio di poter autogovernarsi, cosa che protegge le religiose dall’intrusione del vescovo locale nella loro vita e gestione interna. O almeno, si suppone che sia così. Malauguratamente, l’iniziativa della visita richiede la disponibilità da parte dei membri dei team della visita di fare una professione pubblica di fede e di fare un giuramento di fedeltà alla Sede apostolica. Il decreto della visita chiede al visitatore apostolico di “cercare informazioni dai vescovi diocesani” dove si trovano le “case generalizie, le case provinciali, e i centri di formazione iniziale” delle suore. Ciò rafforza il sospetto che alcuni vescovi diocesani, nel tentativo di recuperare l’autorità morale perduta negli scandali degli abusi sessuali, vogliano affermare l’autorità personale e giurisdizionale sulle religiose. Alcune comunità femminili, ad essere onesti, sono anche preoccupate dell’eventualità che i vescovi possano volere appropriarsi delle loro proprietà.

Lo spirito inquisitorio soggiacente a questa iniziativa contrasta con quello assunto da papa Giovanni Paolo II all’inizio degli anni ’80, documentato in Vita religiosa nella Chiesa statunitense: il nuovo dialogo“ (1984). Allora, il papa chiese ai vescovi di cooperare ad un processo che mirava a rafforzare e incoraggiare la vita religiosa femminile. Lo scopo era di ampliare il dialogo tra religiose Usa e vescovi, e tra membri delle comunità religiose e Chiesa nel suo insieme. Era uno sforzo credibile tendente a creare un senso più grande di comunione nella Chiesa, che ruotava intorno al ruolo delle donne e degli uomini professi. Era un’epoca in cui molte religiose partecipavano a discussioni intercongregazionali nel tentativo sincero di raggiungere i loro vescovi e la Chiesa nel suo insieme; in quel contesto l’invito al dialogo di Giovanni Paolo II fu percepito e accolto con gratitudine e candore. Oggi, l’interesse del Vaticano per le religiose americane dà – al massimo – la sensazione di un esame. Qualsiasi invito pastorale al dialogo nell’attuale visita è stato ampiamente compromesso dalla contemporanea investigazione di Levada sull’ortodossia dottrinale della Lcwr.

Il fatto è che, dai primi anni ’80, il Vaticano non sembra interessato ad ascoltare ciò che le religiose stesse pensano della qualità della vita nelle loro comunità. Questa mancanza di interesse lascia perplessi e sconcerta. Queste donne sono parte di congregazioni che hanno insegnato nelle scuole cattoliche e nei licei, nelle accademie e nei college. Sono le suore impegnate in ospedali e che ancora sostengono sistemi sanitari in tutti gli Stati Uniti; che hanno messo insieme milioni di dollari nell’impegno ad assistere i senzatetto; che hanno formato coalizioni nazionali, in partnership con il governo locale e nazionale, per fornire e gestire progetti di alloggio a basso costo.

Sono le religiose che per anni hanno chiesto ai laici – pregato è la parola esatta – di contribuire al Fondo pensione per le suore, un tentativo nazionale di sostenere i fondi pensione inadeguati delle comunità religiose. Questo sforzo è necessario perché le suore sono state tristemente sottopagate dalle parrocchie e dalle diocesi, e non hanno ricevuto la pensione come insegnanti nelle scuole cattoliche; il loro alloggiamento sovvenzionato è evaporato decenni fa, quando i pastori trovarono usi alternativi per i conventi. I cattolici spesso credono che “la Chiesa si prenda cura” delle religiose. Devo ricordare alla gente che non c’è alcun assegno nella posta da parte del Vaticano o dei vescovi locali. Le residenze e le cure mediche per i preti in pensione sono a carico delle diocesi. Le comunità religiose femminili stanno per conto loro. Le suore che hanno servito in diocesi devono provvedere da sé alla pensione e all’assistenza sanitaria.

Invece di tendere una mano, Roma evidentemente vuole riverificare l’ortodossia delle suore americane. Non è la fedeltà di una vita alla Chiesa ad interessare, ma la conformità alle attuali formulazioni della dottrina, su cui peraltro non è ancora stato raggiunto un consenso tra teologi e vescovi. Perché chiedere questa uniformità di pensiero alla Lcwr, che non è un’organizzazione teologica? Perché Roma chiede alle religiose l’osservanza di insegnamenti ecclesiali che onestamente lasciano perplessi molti cattolici?

Pare che si pensi che, mettendo da parte i nostri abiti e vivendo fuori dai conventi, in qualche modo abbiamo abbandonato il nostro carisma. Posso dirvi che questo modo di vedere le religiose non è altro che una caricatura. Ammiro le innovazioni pratiche della mia comunità che ha raccolto l’appello del Concilio ad adattare il ministero e la vita comunitaria alle esigenze dei nostri tempi, a rinnovare la nostra vita spirituale e a seguire Cristo riscoprendo il carisma del nostro fondatore. Da quando sono entrata nella vita religiosa, la mia comunità ha continuato a servire la Chiesa nei nostri ministeri tradizionali, incoraggiando la fioritura di nuove iniziative che, ne sono certa, avrebbero fatto gioire il nostro fondatore.

Alcuni mesi fa, uno stimato vescovo Usa ha sottolineato, ad un incontro di clero e laici, che intendeva la sua ordinazione episcopale come un mandato per portare avanti le riforme del Concilio Vaticano II. Sentiva che c’era stata una marcia indietro rispetto a quegli sforzi e se ne lamentava, affermando che se avesse dovuto scegliere tra portare avanti il suo mandato e esser obbediente a Roma, avrebbe rassegnato le sue dimissioni. Alla luce delle sue parole, ci si chiede se la “qualità della vita” delle religiose sia piuttosto parte di una battaglia tra i vescovi sulla applicazione del Vaticano II. Forse il controllo sullo stile di vita, l’abito, la sfera del lavoro, e la voce pubblica delle religiose dipendono da quale partito vince?

Come Sandra Schneiders ha scritto sul National Catholic Reporter, nei documenti del Vaticano II sono presenti due visioni teologiche di Chiesa e vita religiosa. La dichiarazione del Concilio sul rinnovamento della vita religiosa può essere letto con la lente della Lumen gentium (Chiesa come istituzione, fortezza, e testimonianza ad un mondo senza Dio) o attraverso la Gaudium et spes (Chiesa come popolo di Dio, Chiesa pellegrina che unisce i credenti nel ministero della consolazione dalla sofferenza e della promozione del Regno di Dio). La tensione tra “abbandono del mondo” e “abbraccio del mondo” crea inevitabilmente conflitti sul modo in cui la vita religiosa professa debba essere organizzata. Ora, Roma sembra propendere per la visione della Lumen gentium, e ciò provoca la necessità di un dialogo teologico in cui le religiose spieghino perché e come hanno lasciato il abito, hanno abbracciato nuovi ministeri, riuscendo allo stesso tempo a conservare una vita spirituale fedele anche quando vivono fuori dalle mura di un convento.

Sono orgogliosa dell’appoggio dato dalla mia comunità alle consorelle che sono tornate a scuola per avere un grado superiore di istruzione e hanno cominciato nuovi tipi di lavoro. Riflettendo l’appello del Concilio, il senso di impegno religioso della Lcwr è conformato al dialogo con il mondo e i suoi sistemi politici. Per quasi tre decenni, le risoluzioni pubbliche dell’organizzazione sono state il riflesso dell’attenzione ai temi affrontati dai vescovi Usa: accesso universale al sistema sanitario e giustizia economica per tutti; protezione dei rifugiati e degli immigrati; opposizione alla guerra, alla pena di morte, all’apartheid; promozione dei diritti umani delle donne; revoca del debito per i Paesi poveri e attenzione per l’ambiente. Per le comunità che appartengono alla Lcwr, i voti comprendono l’assunzione di una posizione pubblica su temi sociali e pubblici. (…)

Forse esiste un problema basilare di comunicazione. Forse il linguaggio personale e interpretativo che le religiose usano tra loro non è sufficientemente “vaticanese”. La visione teologica delle donne è evoluta in modi che i vescovi possono non capire, figuriamoci accettare. Quando sono entrata nella vita religiosa, dopo il Vaticano II, era quasi dato per scontato nella formazione delle religiose che il linguaggio tradizionale e le categorie della teologia, del misticismo e della spiritualità non fossero adeguate ad esprimere e a rendere conto dello sviluppo all’interno della vita religiosa. Tradizionalmente, certo, le religiose si sono descritte come “spose di Cristo”. Oggi, però, grazie a ciò che abbiamo imparato dallo studio moderno delle Scritture e dal lavoro delle femministe cristiane sul ruolo della donna nella Chiesa delle origini, le religiose hanno cercato di rivendicare i loro ruoli storici accanto ai “dodici” come discepole di Gesù, leader di comunità, e missionarie. Siamo state introdotte ai fondamenti della vita religiosa: l’unione con Dio nella preghiera, l’identità con la Chiesa, la Scrittura, i voti, la missione e l’apostolato, la vita comunitaria. Ma abbiamo anche letto sociologia, psicologia e letteratura. Accanto ai nostri documenti del Vaticano II e alla Bibbia di Gerusalemme, abbiamo letto Jung, romanzi storici, e poesia. Ai nostri ritiri abbiamo letto i Salmi, ma abbiamo anche visto film meditativi sulla natura. C’è stato un grande sforzo di integrare la nostra vita spirituale con quella “reale”. Siamo arrivate a identificarci con Maria, che Gesù stesso ha chiamato “donna” nel Vangelo di Giovanni, e con Maria Maddalena, prima testimone della Resurrezione; o con una delle donne guarite nel Vangelo che esce e racconta agli altri l’esperienza che le ha cambiato la vita, e induce gli altri ad andare anch’essi da Gesù. È stato un processo che è servito a me e a molte altre, rendendo le donne in grado di creare un corpo intero di racconti su di sé, di riflessione e di analisi teologica.

Ha anche accelerato una crescente diffidenza tra suore e episcopato? La diffidenza è presente da molto tempo. Alla fine degli anni ’60, dopo che l’arcivescovo di Los Angeles James McIntyre ordinò alle suore del Cuore Immacolato di Maria di riprendere i loro abiti e le loro o di andarsene dalla diocesi, la Lcwr ha cercato di affrontare temi relativi all’uguaglianza ministeriale delle donne. Più tardi, nel 1976, è venuta la Inter insigniores, il rifiuto “definitivo” della Congregazione per la Dottrina della Fede della possibilità di ordinare le donne. Ha chiuso qualsiasi discussione formale sull’uguaglianza delle donne nella Chiesa. Per molte religiose, l’attenzione è passata allora a questioni di giustizia sociale.

Da allora, Roma si è occupata di erigere barricate dottrinali e nel processo è sembrata intenta a relegare il femminismo nell’oscurità. Sotto Giovanni Paolo II il Vaticano si è innamorato di una lettura della Scrittura e della tradizione che faceva appello ad ogni donna a sentirsi spiritualmente “sposa”. Trovo questo in contraddizione con la presentazione della donna nella Scrittura, e vorrei sottolineare che Gesù non ha mai usato né l’essere sposa né il matrimonio come modello di discepolato. Al contrario. Questa antropologia riduzionista, inoltre, è diventata così arcana e lontana dalla vita reale che molto di ciò che è scritto riguardo al modo in cui la Chiesa intende il simbolismo sessuale ha assunto un carattere autenticamente gnostico. Davvero vogliamo limitare le nostre nozioni sulla natura essenziale e sull’incarnazione a poco più che la funzione fisica di padre e madre e alla relazione sociale di sposo e sposa, marito e moglie? Di continuo negli ultimi anni questo sembra essere il mantra di Roma. Particolarmente offensiva è stata la lettera del 2004 ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione di donne e uomini nella Chiesa e nel mondo diffusa dal card. Joseph Ratzinger, che riduceva la teologia femminista a qualcosa di contrario al bene comune della Chiesa, della famiglia, della società e, come risultato logico di quest’analisi, si esprimeva contro l’ordinazione delle donne. Secondo me, la sua lettera esprimeva una grande ostilità verso ciò che le donne hanno tentato di dire di se stesse negli ultimi quarant’anni. Certo non incoraggiava il dialogo.

Ciò che io oggi avverto è che il Vaticano non cambierà il modo in cui pensa teologicamente a che cosa è una donna; né prenderà in considerazione di aprire spazi di reale autorità ecclesiale alle donne. Semplicemente, non c’è modo di eludere il fatto che nella Chiesa cattolica sono gli uomini a dire alle donne come devono comprendere se stesse come donne. Roma vuole che le religiose accettino questa comprensione non solo senza dissentire, ma anche senza commentare. Il Vaticano non vuole teologhe o bibliste che ragionino con la propria testa, e a quanto sembra non le leggeranno o non le citeranno a meno che le donne non scimmiottino la voce e le posizioni del Vaticano, cioè degli uomini. Ma noi non siamo “uomini” né “umanità”. Siamo persone con cervello e cuore e voci, che hanno vissuto vite di integrità e fedeltà, e che restano leali verso questa Chiesa, anche quando questa ci tratta come cittadine di seconda e ci costringe a implorare un sostegno finanziario per la vecchiaia. (…).

Si chiedono davvero perché continuiamo a diminuire? Potrebbero fare un esame delle loro azioni. La visita e l’investigazione continuano; la valutazione dottrinale scoverà le nostre chiazze di eterodossia. Sulla tomba di una consorella anziana mi sono ricordata, come se fosse ieri, una domanda che innocentemente mi rivolse anni fa in un incontro di gruppo. “Abbiamo diritti, noi?”, si chiedeva. “E quali sono?”. Erano buone domande allora, e le consorelle americane devono porle ora. (…)
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Shuttlebox

Tratto da: Mark Rowlands, Il lupo e il filosofo, Mondadori Editore 2009 (pag 87-89)

Se volete vedere la malvagità umana in tutta la sua purezza, ingegnosità e disinvoltura, la troverete in uno shuttlebox. E’ uno strumento di tortura inventato da R. Solomon, L. Kamin e L. Wynne, psicologi di Harvard. Consiste in una gabbia divisa in due scomparti da una barriera. Il pavimento di entrambi gli scomparti è costituito da una griglia elettrificata. Solomon e i suoi collaboratori mettevano un cane in uno dei due scomparti e poi gli applicavano una forte scossa elettrica alle zampe. Istintivamente, il cane saltava da uno scomparto all’altro.
La procedura veniva ripetuta parecchie centinaia di volte nel corso di un esperimento tipico.

Di volta in volta, però, il salto diventava più difficile, perché gli sperimentatori alzavano gradualmente la barriera. Alla fine il cane non riusciva più a saltare e si lasciava cadere sulla griglia elettrificata: un rottame ansimante, ululante in preda agli spasmi. In una variante gli sperimentatori facevano passare la corrente nel pavimento di entrambi gli scomparti. Ovunque fosse saltato, il cane avrebbe conunque subito una scossa.

Ciononostante, dato che il dolore provocato della scossa era intenso, il cane cercava di scappare, per quanto il tentativo fosse vano. E così saltava da una griglia elettrificata all’altra. I ricercatori, nella documentazione dell’esperimento, riferirono che il cane emetteva “un acuto grido anticipatorio che si trasformava in un guaito quando atterrava sulla griglia elettrificata”. Il risultatto finale era lo stesso. Esausto il cane giaceva sul pavimento urinando, defecando, guaendo, tremando. Dopo alcuni giorni – da dieci a dodici – di esperimenti di questo genere, l’animale smetteva di resistere alla scossa elettrica.

Se fossero stati scoperti a fare cose simili nell’intimità delle loro case, Solomon, Kamin, Wynne sarebbero stati incriminati, multati e probabbilmente avrebbero avuto la proibizione di tenere animali da compagnia per un periodo da cinque ai dieci anni. Sarebbero dovuti andare in carcere: Ma siccome, invece, svolgevano quel lavoro in un laboratorio di Harvard, furono ricompensati con gli equivoci simboli del successo accademico: Stile di vita piacevole, generoso stipendio, adorazione degli studenti e gelosia dei colleghi.

Torturare cani fu ciò che fece fare carriera a tutti loro e generò un’intera dinastia di imitatori.
Quel tipo di esperimento continuò per più di tre decenni. L’epigono più famoso, Martin Seligman, è stato un recente presidente dell’American Psychological Association. Seligman, adesso non fa più cose del genere. Il suo argomento di studio adesso è la felicità. Naturalmente i cani non figurano mai in esperimenti che li rendono felici. A loro è consentito trovarsi soltanto negli esperimenti orrendi.

Perché veniva permessa questa tortura ? Perché si pensava che costituisse una valida ricerca ? Gli esperimenti furono pensati per dimostrare il modello della cosidetta “impotenza appresa” usato per spiegare la depressione: l’idea era che la depressione fosse qualcosa che poteva essere imparata. Per un po’ gli psicologi l’accettarono come un risultato di grande importanza. Tuttavia nessun essere umano trasse mai alcun beneficio da quegli esperimenti. In seguito – dopo trent’anni di elettrocuzioni di cani e altri animali vari – si giunse alla conclusione che il modello non reggeva affatto a un approfondito esame critico.

Io credo che in quegli esperimenti si possa vedere un istruttivo distillato della malvagità umana.
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Falsa partenza?

di Gerardo Honty
da Alai-Amlatina, agenzia latinoamericana di informazione

Venerdì 9 ottobre è terminata la riunione della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico tenutasi a Bangkok. All’inizio dell’anno credevamo che questa sarebbe stata l’ultima riunione prima di Copenaghen ma già in giugno se n’è aggiunta un’altra a Barcellona (per i primi di novembre) e c’è la possibilità che se ne faccia un’altra tra Barcellona e Copenaghen.

Tuttavia tutti qui a Bangkok sanno che il problema non è la mancanza di tempo ma la volontà politica. I delegati passano ore, giornate intere riuniti elaborando bozze su ogni tema in discussione. Ma queste rimangono – e ad esse vengono anche aggiunti – testi in discussione poiché non c’è accordo politico sugli argomenti fondamentali. Perciò ci sono progressi, come dicono alcuni delegati, però sui testi, sul linguaggio, sulla formulazione delle diverse opzioni: non in merito all’accordo sulle diverse opzioni.

Ci sono decine di grandi temi su cui ci sono profonde divergenze. Ma tre sono forse i più importanti poiché determinano il resto. Il primo è la percentuale di riduzione delle emissioni che i Paesi sviluppati si impegneranno a rispettare. Il secondo è il volume delle risorse che questi stessi Paesi metteranno a disposizione di quelli in via di sviluppo per finanziare i piani di adattamento e di sviluppo. Il terzo è la cornice legale dell’accordo che si spera di raggiungere e il suo rapporto con il Protocollo di Kyoto e la Convenzione.

Mercati e risorse

Gli Usa non hanno presentato nessun obiettivo di riduzione e gli altri Paesi sviluppati (tranne apprezzabili eccezioni come la Norvegia) hanno evitato di assumersi maggiori impegni di quelli, scarsi, che hanno preso finora. Realizzare ampi tagli nelle emissioni dei Paesi più industrializzati è la chiave per evitare il cambiamento climatico.

Inoltre, il livello di questi impegni di riduzione ha una conseguenza diretta sulle altre materie di questi negoziati: il ruolo del mercato di carbonio (sistema per cui si scambiano ‘diritti di inquinare’: certificati che attestano che un certo numero di tonnellate di Co2 non sono state emesse nell’atmosfera dal venditore e che possono pertanto essere emesse dall’acquirente, ndt) nell’attenuazione del cambiamento climatico. È evidente che dalla dimensione della riduzione dei Paesi sviluppati dipende il volume potenziale del mercato di carbonio. Minori saranno gli impegni minore sarà l’eventuale quantità di certificati che i Paesi industrializzati potranno acquistare sul mercato. Da questo dipende a sua volta tutta una serie di definizioni: come saranno le nuove regole del Meccanismo di Sviluppo Pulito, quali attività saranno permesse, i progetti di settore, le misure di attenuazione nei Paesi in via di sviluppo, ecc…

Dall’altra parte c’è una forte pressione dei Paesi industrializzati affinché la maggior parte dei trasferimenti di risorse verso i Paesi del Sud si faccia attraverso meccanismi di mercato, mentre la maggioranza dei Paesi in via di sviluppo preferisce limitare questo tipo di meccanismi e ampliare il trasferimento di fondi direttamente per finanziare le proprie necessità di adattamento e attenuazione. Alcuni Paesi in particolare, come Venezuela e Bolivia, semplicemente rifiutano qualsiasi forma di mercato delle emissioni.

Il G77 con in più la Cina, a dispetto delle molte differenze interne, ha una posizione ferma e consolidata rispetto al fatto che se non c’è un chiaro e grande impegno da parte dei Paesi industrializzati in merito al trasferimento di risorse e tecnologia (così come stabilisce la Convenzione) non ci sarà accordo a Copenaghen. E su questo non si è fatto nessun passo avanti qui a Bangkok.

Cresce la divisione

Gli Stati Uniti sono arrivati a questa riunione convinti della necessità che i Paesi in via di sviluppo si assumano l’impegno a ridurre le emissioni. Non è un fatto nuovo. È una delle ragioni per cui gli Usa non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto. Tuttavia ha destato qualche speranza di cambiamento, o almeno di moderazione, la nuova amministrazione Obama. Questa illusione sembra essersi definitivamente spenta a Bangkok. La pretesa con cui gli Stati Uniti sono arrivati in Thailandia era concludere con la divisione tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo stabilita dalla Convenzione e dal Protocollo di Kyoto e porre a tutti uno stesso sistema di impegni, anche se con differenti tipi di obblighi. Nel corso della riunione è stato chiaro che non solo gli Stati Uniti aveva questo proposito ma anche l’Unione Europea e i Paesi industrializzati in generale. Ovviamente questa posizione è stata fermamente combattuta dai Paesi in via di sviluppo riuniti nel G77 con l’aggiunta della Cina.

La divisione tra Paesi industrializzati e in via di sviluppo sembra essersi acuita a Bangkok. Durante questa settimana il G77 voleva fare una dichiarazione denunciando l’intenzione dei Paesi industrializzati di spazzare via il Protocollo di Kyoto e la Convenzione con queste nuove proposte. Tuttavia questo tentativo è stato bloccato con l’opposizione di 8 Paesi latinoamericani: Colombia, Costa Rica, Cile, Repubblica Dominicana, Guatemala, Panama, Perù e Uruguay.

Un treno senza combustibile

Visto che non ci sono stati progressi sui grandi temi politici e le divergenze sembrano aumentare, i passi avanti sul consolidamento e la nuova redazione di testi risultano completamente inutili. Se non si trova nessun accordo di livello sui temi principali, per quante riunioni e ore di lavoro si facciano nei “gruppi di contatto”, il vertice di Copenaghen del prossimo dicembre sembra condannato al fallimento. Un osservatore qui a Bangkok illustrava così ciò che sta succedendo nella capitale tailandese: “I delegati stanno per salire su un treno e discutere sul colore e il materiale dei sedili ma non hanno verificato che il treno abbia il combustibile necessario per partire”.
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No, laicità non significa togliere il crocefisso, simbolo d'amore

di Aurelio Mancuso
da “Gli Altri”, 5 novembre 2009

Non sono d’accordo con la sentenza della Corte europea dei diritti e non mi piacciono la gran parte delle reazioni della politica e della chiesa italiane. D’impulso direi: giù le mani dal crocefisso, chiunque voi siate, cattolici, cristiani, atei, agnostici, giudici europei o italiani, cardinali, leader politici.

Non si cancellano consuetudini (non tradizioni) con sentenze anche illuminate e dal punto di vista della difesa della laicità dello Stato ineccepibili. So che mi attirerò le ire di tante e di tanti, ma trovo la polemica sul crocefisso inutile, sopra le righe e soprattutto ipocrita.

L’Italia è un paese cattolico e non si può offendere il sentimento popolare rispetto alla religione? Forse no, forse sì, non è questo il punto. Il nostro paese ha un lungo percorso da fare dal punto di vista dell’emancipazione dai poteri superstiziosi delle gerarchie cattoliche.

Il misticismo cristiano, dopo alcuni falliti tentativi di correzione da parte del Concilio Vaticano II, è di nuovo ripiombato nella magia blasfema, nei riti di guarigione fisica e spirituale saccheggiati da tutte le tradizioni religiose precedenti e coeve.

In questo clima, si è scientificamente lavorato per l’ampliamento della devozione infantile del popolo di Dio, che è tagliato fuori da qualsiasi dibattito e determinazione teologica, dalle approfondite riflessioni esegetiche.

Quando una religione è utilizzata da ristrette schiere, che a seconda delle posizioni dominanti propinano visioni parziali se non strumentali del Vangelo, è destinata a essere tragicamente faraonica, imbellettata da ori, pietre preziose, incensi, pompose processioni.

Un’egoistica aridità che negli ultimi ventanni ha dato sfoggio di se, facendosi scudo di migliaia di nuovi santi presentati come il rinnovato pantheon a difesa di una fede, che lascia il posto alla credulità.

Naturalmente certa politica ci va a nozze: più c’è dipendenza morale, incapacità di discernere, e più il potere agisce indisturbato, tronfio di un’alleanza affaristica con i gerarchi cattolici. Tutto questo non centra proprio nulla con il crocefisso che è il simbolo dell’estremo amore, del disinteresse, del rifiuto di ogni compravendita della fede.

Cancellare di colpo il simbolo della cristianità dagli uffici pubblici sarebbe un buon passo in avanti verso un completamento della laicità dello Stato? No, credo solo che riproporrebbe una antica e non paritaria lotta tra credenti e non credenti, élites guelfe e ghibelline, cui non interessano affatto comprendere che il sentimento religioso travalica i loro maneggi di potere.

Farsi il segno della croce dentro una chiesa o davanti a un cimitero è usuale, mentre quasi nessuno pensa di compiere quel gesto davanti a un crocefisso appeso in un’aula di tribunale. Ritornare al pre fascismo sarebbe auspicabile, ma la storia dovrebbe aver insegnato che ogni tempo ha bisogno di soluzioni possibilmente nuove.

Con quale educazione religiosa dobbiamo fare i conti? Quale senso civico e gelosa separazione tra Stato e chiesa sono maturati grazie all’opera delle classi dirigenti italiane?

Strappare il crocefisso da quei muri, non ascoltando le starnazzanti urla delle potenti sottane degli eunuchi per il regno dei Cieli, o peggio dei disgustosi politici devoti (non al Cristo, ma all’organizzazione del papa Re) significa offendere non Dio, ma l’amore che milioni di italiani hanno nei confronti di un simbolo di genuina pietas.

In questi tempi di sprofondamento morale, se proprio dobbiamo togliere simboli religiosi, separare i mercanti del Tempio da Dio, inizierei dalle pesanti collane d’oro, di cui si ornano schiere di monsignori, cui sono appesi orribili croci tempestate di preziose pietre. Riporterei all’essenza il messaggio cristiano, senza arrivare alla spogliazione, almeno cercando di avvicinarmi al buon gusto.

Invece di perdersi in assurde diatribe, perché non apriamo una vera e concreta riflessione su cosa oggi è la religione cattolica, perché continua a persistere nel 2009 il Concordato, perché a ogni inaugurazione, cerimonia ufficiale dello Stato siano necessarie schiere di edonisti preti, che senza alcun senso di preservazione della decenza, benedicono eserciti, monumenti, onorificenze, e così via?

La croce, simbolo per quanto mi riguarda anche di tutte le malefatte e tragedie consumate nel suo nome, è la nostra possibilità per ricordare come esista una volontà altra di amore, di cui gli umani difficilmente riconoscono l’importanza, che siano cristiani o meno.

Vi è poi un punto non indifferente che va indagato con serietà: quanto quel simbolo sia oggi percepito come invasivo dalle minoranze religiose non cristiane così fortemente in ascesa nel nostro Paese.

Anche in questo senso mi sembrerebbe utile aggiungere nuove culture, credenze e aspirazioni, più che cancellare un simbolo che per la stragrande maggioranza degli italiani significa unità e non divisione, nonostante il cattivo spettacolo che i suoi tanti interessati sostenitori propugnano sulle televisioni nostrane.

E ai miei amici e compagni Radicali e del Prc, vorrei solo dire, che testimoniare la laicità come hanno sempre fatto, è un bene prezioso per tutta l’Italia, quindi, comprendo le loro prese di posizioni. Mi permetto di rilevare che la sottrazione di quel simbolo non sarebbe oggi una vittoria della libertà sulle visioni autoritarie, ma sarebbe interpretato dai più come un protervo gesto di violenza culturale.

Le posizioni devono rimanere ferme: dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. La commistione tra politica e pregiudizio è talmente forte che il primo segno di buon senso è quello di impegnarsi in un lungo percorso di cambiamento educativo, che non passa attraverso le scorciatoie, come troppe volte ultimamente sta imboccando la sinistra politica e mediatica italiana; alla fine si sbatte sempre la testa.

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Perché pensiamo che il crocefisso a scuola sia inopportuno

di Alessio De Giorgi e Giuliano Federico


La lettera aperta che il presidente di Arcigay Aurelio Mancuso ha pubblicato sul suo profilo Facebook, nella quale si palesa il disaccordo con la sentenza dell'Unione Europea che invita a rimuovere i crocefissi dalla aule delle scuole, segnala la necessità di un'analisi più approfondita della questione, che trascenda la dicotomia credenti/non credenti e che superi le posizioni politiche intorno a questo dibattito.

Aurelio Mancuso sottolinea il valore della consuetudine culturale e umana legata alla croce cristiana, asserendo che essa è in primis un simbolo d'amore tanto profondamente radicato nel vissuto degli Italiani, che la sua sparizione rappresenterebbe un gesto di violenza. Questa asserzione implica una visione personale che però fa perdere di vista l'oggettiva realtà dei fatti. Il crocefisso infatti è, nella sua intrinseca natura, un simbolo religioso.

Il simbolo, non già di un Amore neutrale e generico, ma la bandiera di uno specifico, determinato credo. Come tale deve essere riconosciuto, come tale deve essere rispettato. La potenza di un simbolo non può e non deve essere sottovalutata: qualsiasi emblema, di ogni natura - sociale, politica, religiosa - esercita potere sullo spazio in cui è posto, annullandone la neutralità.

Un crocefisso appeso a un muro non è soltanto il retaggio di una tradizione, non può essere visto solo come parte di una consuetudine sociale, come presenza di un vissuto al quale possiamo anche essere affezionati: esso è una bandiera, legata in mondo imprescindibile e univoco a una specifica appartenenza religiosa, che segnala il proprio potere su un determinato luogo. E il luogo in questione, in questo caso, è il più sacro di tutti.

La scuola è infatti il tempio della formazione, lo spazio che raccoglie le menti più ricettive e influenzabili di una società, le menti sulle quali facciamo affidamento per il nostro domani. La scuola rappresenta, per i bambini, il primo contatto con lo spazio "pubblico": come tale ha la responsabilità di mantenersi neutrale, tollerante, aperta a tutti, laica nel senso più nobile del termine.

Un'aula con un crocefisso appeso sopra la lavagna non è solo una consuetudine: è un potente messaggio di appartenenza che, in un luogo preposto alla formazione, si amplifica e diventa sottilmente impositivo. Questo non può essere considerato accettabile nell'ambito dell'istruzione pubblica, in un luogo che dovrebbe essere "spazio bianco" per la formazione politica, sociale e culturale libera e laica. La sfera privata rimane lo spazio preposto alle scelte personali, tra le quali anche quelle religiose.

Lo spazio pubblico, in uno Stato laico deve essere de facto un luogo neutrale, senza simboli e senza emblemi. Confondere la tradizione culturale dell'Italia con la diffusione di un simbolo - si torna a dire - intrinsecamente e specificatamente religioso, porta a cadere in un tranello che troppe volte è stato invocato. Il cattolicesimo non è una tradizione, non è una consuetudine. Il cattolicesimo è una religione. E la croce è il suo simbolo. Simbolo di questo, e di nient'altro.

L'assenza di un crocefisso sul muro della scuola non priverà un bambino cattolico della sua fede. L'assenza di un crocefisso sul muro non farà sentire un bambino ebreo o musulmano "fuori posto". L'assenza di un crocefisso sul muro lascerà uno spazio bianco, neutrale, laico e libero, nel quale i due bambini potranno confrontarsi.

Ad Aurelio Mancuso vogliamo dire che è questo il ruolo di una scuola laica. E di uno Stato laico. E ricordargli che la possibilità ch'egli ha avuto oggi di esprimere la propria posizione in difesa del crocefisso è figlia proprio di una società che non impone né a lui, né a noi, un pensiero unico. Così come non dovrebbe imporre ai nostri bambini un solo simbolo religioso.
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La scuola del crocefisso

di Lidia Ravera
da www.unita.it

Tutto cade a pezzi, in questo desolante Paese. Dalla politica (il Parlamento chiuso per mancanza fondi, ma naturalmente niente cassa integrazione ai deputati!) alla morale (troppi puttanieri e cocainomani fra la classe dirigente), dalla cultura (vittima degli unici tagli immediati e brutali) all’economia (la crisi è grave, e chi vive nel mondo reale lo sa).

Per non parlare dell’istruzione: studenti ignoranti come capre, insegnanti proletarizzati, precari ridotti a “monnezza”, lauree buone per andare a sciacquare bicchieri nei pub in attesa di un posto da vicebidello.

Per tacere della sfinente questione femminile: per “Pari Opportunità” e rilevatori di emancipazione siamo sempre gli ultimi della classe, la peggio tribù maschilista fra i Paesi “sviluppati” (ci manca solo la “sharia” che lapida le adultere, e l’imposizione alle ragazze del “tanga e topless” che è il nostro burka).

Non apriamo neanche il discorso della condizione giovanile (un martirio di precarietà e paura) o senile (trent’anni di miseria e vuoto, perché nessuno si è accorto che la vita si è allungata)! E sorvoliamo sull’accoglienza riservata ai migranti, in assoluto disprezzo delle più elementari regole di solidarietà, nell’ignoranza dell’inevitabile futuro multietnico di un mondo globalizzato.

Insomma, sgombriamo il cuore e la mente dal cumulo di gravi problemi che ci attanagliano e discutiamo, alla radio, in tivù, su tutti i giornali del tema più urgente, scottante, ammaliante: bisogna staccare il crocefisso dal muro dietro la cattedra oppure no?

È, la croce, comune patrimonio genetico e italica radice culturale o è simbolo (angoscioso) di UNA religione che non è LA religione e come tale va rimosso dalle scuole pubbliche? È il simbolo di UNA religione. È ovvio. Stacchiamolo e facciamola finita. Abbiamo ben altro per la testa!

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Ma io difendo quella croce

di Marco Travaglio
da Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2009

Dipendesse da me, il crocifisso resterebbe appeso nelle scuole. E non per le penose ragioni accampate da politici e tromboni di destra, centro, sinistra e persino dal Vaticano. Anzi, se fosse per quelle, lo leverei anch’io.

Fa ridere Feltri quando, con ignoranza sesquipedale, accusa i giudici di Strasburgo di “combattere il crocifisso anziché occuparsi di lotta alla droga e all’immigrazione selvaggia”: non sa che la Corte può occuparsi soltanto dei ricorsi degli Stati e dei cittadini per le presunte violazioni della Convenzione sui diritti dell’uomo. Fa tristezza Bersani che parla di “simbolo inoffensivo”, come dire: è una statuetta che non fa male a nessuno, lasciatela lì appesa, guardate altrove.

Fa ribrezzo Berlusconi, il massone puttaniere che ieri pontificava di “radici cattoliche”. Fanno schifo i leghisti che a giorni alterni impugnano la spada delle Crociate e poi si dedicano ai riti pagani del Dio Po e ai matrimoni celtici con inni a Odino. Fa pena la cosiddetta ministra Gelmini che difende “il simbolo della nostra tradizione” contro i “genitori ideologizzati” e la “Corte europea ideologizzata” tirando in ballo “la Costituzione che riconosce valore particolare alla religione cattolica”. La racconti giusta: la Costituzione non dice un bel nulla sul crocifisso, che non è previsto da alcuna legge, ma solo dal regolamento ministeriale sugli “arredi scolastici”.

Alla stregua di cattedre, banchi, lavagne, gessetti, cancellini e ramazze. Se dobbiamo difendere il crocifisso come “arredo”, tanto vale staccarlo subito. Gesù in croce non è nemmeno il simbolo di una “tradizione” (come Santa Klaus o la zucca di Halloween) o della presunta “civiltà ebraico-cristiana” (furbesco gingillo dei Pera, dei Ferrara e altri ateoclericali che poi non dicono una parola sulle leggi razziali contro i bambini rom e sui profughi respinti in alto mare).

Gesù Cristo è un fatto storico e una persona reale, morta ammazzata dopo indicibili torture, pur potendosi agevolmente salvare con qualche parola ambigua, accomodante, politichese, paracula. È, da duemila anni, uno “scandalo” sia per chi crede alla resurrezione, sia per chi si ferma al dato storico della crocifissione. L’immagine vivente di libertà e umanità, di sofferenza e speranza, di resistenza inerme all’ingiustizia, ma soprattutto di laicità (“date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”) e gratuità (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”).

Gratuità: la parola più scandalosa per questi tempi dominati dagli interessi, dove tutto è in vendita e troppi sono all’asta. Gesù Cristo è riconosciuto non solo dai cristiani, ma anche dagli ebrei e dai musulmani, come un grande profeta. Infatti fu proprio l’ideologia più pagana della storia, il nazismo – l’ha ricordato Antonio Socci - a scatenare la guerra ai crocifissi. È significativo che oggi nessun politico né la Chiesa riescano a trovare le parole giuste per raccontarlo.

Eppure basta prendere a prestito il lessico familiare di Natalia Ginzburg, ebrea e atea, che negli anni Ottanta scrisse: “Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente… Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli scolari ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato morto nel martirio come milioni di ebrei nei lager? Nessuno prima di lui aveva mai detto che gli uomini sono tutti uguali e fratelli.

A me sembra un bene che i bambini, i ragazzi lo sappiano fin dai banchi di scuola”. Basterebbe raccontarlo a tanti ignorantissimi genitori, insegnanti, ragazzi: e nessuno – ateo, cristiano, islamico, ebreo, buddista che sia - si sentirebbe minimamente offeso dal crocifisso. Ma, all’uscita della sentenza europea, nessun uomo di Chiesa è riuscito a farlo. Forse la gerarchia è troppo occupata a fare spot per l’8 per mille, a batter cassa per le scuole private e le esenzioni fiscali, a combattere Dan Brown e Halloween, e le manca il tempo per quell’uomo in croce. Anzi, le mancano proprio le parole. Oggi i peggiori nemici del crocifisso sono proprio i chierici. E i clericali.
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Crocifisso braccio di ferro inutile

di Gian Enrico Rusconi
da www.lastampa.it

Il crocifisso è un pezzo d’arredamento obbligatorio dell’aula scolastica, come la carta geografica d’Italia, la fotografia del Presidente o il busto di Cavour? Oppure è uno specifico segno religioso, diventato troppo potente e problematico per essere ridotto alla «tradizione nazionale degli italiani»?

Di questi italiani che non hanno più idea di che cosa significhi redenzione, salvezza, peccato ma in compenso strapazzano «le radici cristiane»? I clericali si illudono se ritengono che lo spazio pubblico, che continuano ad evocare come legittimo luogo di espressione della religione, si mantiene con una dubbia difesa giuridica della presenza del crocifisso in aula.

Per questo la sentenza della Corte europea di Strasburgo suscita le solite furibonde discussioni, anziché mettere in moto un confronto ragionato di posizioni. E comportamenti coerenti. In termini giuridici la sentenza di Strasburgo è ineccepibile quando parla del «diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e con il diritto dei bambini alla libertà di religione».

E’ un principio base di tutte le Costituzioni democratiche. Ma - si obietta - è esattamente quello che affermano anche i genitori cattolici che sostengono la necessità di esporre il crocifisso. In più per essi «la libertà di religione» comprende la manifestazione pubblica della loro fede, dei suoi segni e simboli. Scuola compresa.

Il guaio è che ad essi non importa se questa esigenza entra in collisione con il principio su cui si fonda. E negano ad altri lo stesso diritto. Qui scatta un altro riflesso: il principio maggioritario, per cui l’esigenza dei dissenzienti o dei pochi rompiscatole (spesso considerati stravaganti o eccentrici) non viene riconosciuta o viene banalizzata.

Questo conflitto investe in profondità convinzioni ed emozioni. Ma non è una contrapposizione di valori a disvalori o assenza di valori - come pensano i clericali e gli agnostici devoti in politica. E’ importante insistere su questo punto se vogliamo andare alla sostanza del problema prima di vederlo tradotto in termini giuridici.

Va respinta con energia l’accusa che chi (non credente o diversamente credente) vorrebbe rimuovere dallo spazio pubblico scolastico il segno della fede cristiana è una persona intollerante, insofferente, addirittura carica di astio contro la religione cristiana. Cristianofobica, si dice ora. Questa affermazione dovrebbe essere respinta per primi dai credenti seri. Qualcuno lo fa, ma troppo sommessamente e viene subito zittito come amico dei laicisti.

Lo stesso vale per l’accusa - su cui si insiste volentieri oggi - di rinnegare la tradizione popolare nazionale. Qualcuno non esita a parlare del crocifisso come di una componente simbolica dell’italianità. Il fondo della contraddizione è toccato dai leghisti che da una parte contestano e sbeffeggiano l’identità nazionale, e dall’altro difendono il crocifisso nelle scuole come simbolo intoccabile di tale identità.

Gli interrogativi di fondo sono due: il crocifisso è un segno religioso forte, specifico, storicamente e teologicamente inconfondibile (addirittura incompatibile) con altri? Oppure è un’immagine culturale, universale - di umanità sofferente, di amore universale? O addirittura è semplicemente uno straordinario motivo di creatività artistica e culturale di cui il nostro Paese è testimonianza eccezionale?

Se è vero il primo caso, vale il principio della libertà di coscienza. Ed è pertanto ridicola la protesta che la sentenza di Strasburgo miri a colpire una sensibilità preziosamente italiana. In realtà anni fa la stessa questione è stata affrontata e giuridicamente risolta nello stesso senso nella moderata e cristiana Germania, con un esemplare confronto tra la Corte costituzionale federale e la Corte regionale della Baviera.

Se è vero il secondo caso, non si capisce perché - magari in nome del sempre declamato pluralismo dei valori - non si riconosca ad altre tradizioni culturali di essere portatrici - a pieno titolo - di umanità, tolleranza, solidarietà ecc.

A quanto dicono alcune rilevazioni, pare che alla maggioranza degli italiani ripugni l’idea di mettersi materialmente a staccare i crocifissi dalle aule cui ci si è abituati «tradizionalmente» appunto. Ma non credo che il punto sia iniziare un braccio di ferro tra autorità scolastiche, associazioni di genitori, gruppi di pressione vari per togliere o lasciare i crocifissi.

La vera novità è non eludere il problema, parlarne in modo responsabile e pacato tra corpo docente, genitori e alunni stessi, soprattutto quelli delle classe superiori. Forse si farà la scoperta che i ragazzi sono più maturi di quanto non si sospetti. E soprattutto si smetta di «demonizzare» (è il caso di dirlo, in tempi di dubbi anche sul diavolo?) chi solleva problemi di civiltà giuridica - e non solo.
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L’influenza A tra bufale (d’oro) e allarmismo di Stato

di Ilaria Donatio
da www.micromega.net

“Questa storia dell’influenza A è una bufala pazzesca”. Lucia Lopalco è a capo dell’unità di Immunobiologia di Hiv del San Raffaele e insieme al suo staff, pochi mesi fa, si è aggiudicata un premio di 100 mila dollari assegnato dalla fondazione statunitense Bill and Melinda Gates Foundation.

Una bufala che riempie tutte le prime pagine di oggi, però...
Infatti, se non fossi tanto disgustata dall’assenza di professionalità che viene fuori da questa vicenda (identica all’altra di qualche anno fa, nota come influenza aviaria), ci sarebbe solo da ridere. L'unica cosa vera è che il virus H1N1 è particolarmente virulento per tutte le persone gravemente immunocompromesse. Ma si tratta di una normale influenza che una persona in salute (cioè non affetta da gravi patologie) cura con una settimana di riposo nel letto di casa propria: lo scorso anno sono morte 30 mila persone a causa dell’influenza stagionale.

Il vaccino, dunque, che senso avrebbe?
Il vaccino deve essere assunto solo da chi è affetto già da gravi patologie: un paziente sieropositivo, dunque immunodepresso, piuttosto che rischiare la vita e contrarre il virus, ha senso che faccia fronte a possibili effetti collaterali del vaccino stesso. Per le persone sane, invece, è dannoso: non ci sono controlli, in compenso, è in corso un rumorosissimo battage pubblicitario.

Pandemia sì, ma di guadagni per le case farmaceutiche?
Il farmaco è stato sviluppato da Novartis (multinazionale farmaceutica svizzera, ndr) che ha concluso con il governo un contratto capestro che la Corte dei Conti ha giudicato non valido. Il punto è che sulla base di questo contratto, se intervengono effetti collaterali dopo l’inoculazione del siero, non ne risponde la casa farmaceutica (come dovrebbe) ma lo Stato. Cosa vuol dire?

Ce lo dica lei.
Che ha pochissime sperimentazioni e, infatti, moltissimi medici (che sono i principali untori) si rifiutano di farlo.

Si può parlare di una concentrazione di casi a Napoli, come già si sta facendo (più della metà delle 17 vittime è campana ndr)?
Solo se le vittime fossero 100 e i casi riscontrati in Campania fossero 80, potremmo fare una valutazione e spingerci in un’analisi che avrebbe un senso. La domanda è: a Napoli, quanti casi di morte per l’influenza stagionale abbiamo avuto negli ultimi 10 anni? Se fossero superiori alla media nazionale, poi, dovremmo ragionare di malasanità. Ma quella è un’altra storia.

Cosa deve fare una persona sana che contrae il virus A?
Niente allarmismi: basterà una dose doppia di tachipirina. E l'assunzione di antibiotici, per evitare infezioni batteriche in chi abbia le difese immunitarie già compromesse.

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Influenza H1N1, tutti i dubbi sul vaccino

di Emanuele Perugini
da Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2009

“Il virus dell'influenza A è dieci volte meno aggressivo dell'influenza stagionale». Parola di Ferruccio Fazio, vice ministro alla salute che ieri a Roma ha voluto rassicurare ancora una volta gli italiani sul rischio legato alla diffusione del virus della influenza pandemica, l’H1N1. Un rischio blando che Fazio ha voluto ribadire. Eppure, nell’altalena tra rassicurazioni e input al panico, gli italiani continuano ad avere paura del virus ed è scattata ovunque la corsa al vaccino.

«Secondo me e secondo l’opinione di molti altri ricercatori - tra cui anche quella di Luc Montagner, un’autorità in materia di virus - tutta questa ansia nei confronti del vaccino contro l’influenza pandemica è assolutamente ingiustificata» spiega Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare dell'Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia.

Ma ormai il gioco è fatto: in Italia sono state comprate 21 milioni di dosi per vaccinare il 40% della popolazione. Senza però poter conoscere quanto si è speso, perché, secondo l’interrogazione avanzata da Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale, il governo ha secretato i dettagli del contratto con Novartis.

Come in tutti i casi in cui si parla di farmaci distribuiti su un gran numero di persone, occorre infatti effettuare una valutazione seria tra i rischi che si possono incontrare e i benefici che ci si attende di ottenere. In questo caso - spiega Maga - i rischi devono essere ancora valutati del tutto mentre i benefici sembrano non essere così tanto consistenti. Per far fronte alla emergenza pandemica le case farmaceutiche e anche le autorità sanitarie internazionali infatti hanno fatto una corsa contro il tempo. Sono state velocizzate le procedure e gli standard di valutazione. In Europa l’Emea - l’agenzia del farmaco, ha autorizzato 3 vaccini (diversi da quelli a cui è stato dato il via libera negli Usa).

“I test per verificare sia l’efficacia che la sicurezza di questi prodotti - dice ancora Maga - sono stati effettuati su campioni ancora troppo limitati di persone per cui non si possono ancora conoscere nel dettaglio tutti i rischi legati ad una distribuzione su larga scala. Le autorità sanitarie lo sanno ed è per questo che è attivo a livello internazionale un servizio coordinato
dall’Organizzazione Mondiale della sanità che ha il compito di monitorare la situazione e, nel caso, di correggere il tiro”.

Per esempio proprio ieri questo Gruppo di esperti per la consulenza strategica per le immunizzazioni ha spiegato che i vaccini sono sicuri e che non servono due dosi per essere al riparo dal virus. Ne basta una. È già un'importante correzione di rotta, rispetto ai dati precedenti che invece indicavano due diverse somministrazioni.

Anche le singole autorità nazionali stanno monitorando l’evoluzione della situazione. Sempre ieri per esempio quella elvetica sui farmaci Swissmedic ha bloccato la somministrazione del vaccino prodotto dalla GlaxoSmithKein, il Pandemrix nelle donne in stato di gravidanza, nei minori di 18 anni e negli adulti over 60. L'incertezza è dovuta all'additivo AS03. “I dati attuali in nostro possesso riguardano esclusivamente gli adulti, non abbiamo alcun dato per le donne incinte e quelli per i bambini sono insufficienti”, spiega la Swissmedic.

"Purtroppo è così, non ci sono dati sufficienti - conferma Maga -. Gli altri due vaccini autorizzati in Europa, quello della Novartis e quello della Baxter contengono adiuvanti che sono stati già utilizzati nella fabbricazione dei vaccini contro le influenza stagionale e se ne conoscono tutti i rischi e i vantaggi. L’adiuvante scelto da GlaxoSmithKlein invece è stato usato solo in vaccini sperimentali contro l’aviaria per cui non è stato testato adeguatamente”.

Alla fine cosa fare? «Personalmente - dice il virologo - non credo che mi vaccinerò contro l’influenza A. Non rientro nelle categorie a rischio e non sono tra quelli che si vaccinano ogni anno contro l’influenza. Però ci sono persone, e sono quelle che fanno parte delle categorie a rischio, che devono essere protette. Per tutti gli altri invece è bene valutare attentamente».
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Crocefisso si e no

di Marcello Vigli
da www.italialaica.it

Spesso ha generato manifestazioni d’intolleranza frutto della confusione delle lingue che impedisce ogni dialogo. Non si sa di che si parla se lo stesso oggetto è: simbolo religioso, immagine dell’uomo sofferente, metafora dell’umanità redenta, suppellettile d’ufficio, espressione culturale, rappresentazione dell’identità nazionale. La sua presenza produrrebbe effetti disparati: viola la libertà religiosa, contravviene alla laicità dello Stato, condiziona la cultura scolastica, impedisce ai giovani scelte autonome, ne influenza, nel bene nel male, il processo formativo.

In verità su una cosa si deve convenire: è un simbolo religioso. Il pasticcio nasce dalla sua presenza in spazi pubblici. Nessuno si scandalizza che sia in cima ai campanili e nelle absidi delle chiese. Il problema nasce nel suo uso in luoghi pubblici e quindi è ovvio che la confusione affonda le sue radici nella dialettica politica. È nato quando Costantino lo assunse sui suoi labari e lo fece incidere sullo scudo dei suoi soldati coinvolgendo la fede cristiana in quella confusione fra sacro e profano caratteristica dell’autorità imperiale romana.

Iniziò allora quell’alleanza fra trono e altare che con alterne vicende ha accompagnato i rapporti fra stati e chiesa nei paesi a maggioranza cattolica. Fu simbolo delle crociate, accompagnò i conquistatori nell’emisfero meridionale del nuovo mondo, servì ad esorcizzare le streghe. Anche dopo il ridimensionamento della religione imposto dall’Illuminismo ha supportato nelle mani dei missionari i colonizzatori europei, fossero o non cattolici, e, introdotto nelle scuole, ha legittimato il regime fascista prima ancora dei Patti lateranensi che l’hanno imposto nei tribunali, negli ospedali e sulle divise degli ufficiali cappellani.

La Dc ne ha ereditato questo uso politico, rivendicato oggi dal Partito della libertà e dalla Lega. Su questo uso politico del crocefisso devono pronunciarsi difensori e oppositori della sua presenza nelle aule scolastiche e negli altri luoghi pubblici. Devono pronunciarsi Betori, Bagnasco e gli integralisti cattolici anche se progressisti. Ne hanno fatto e ne fanno uso politico in certi momenti e in certe situazioni anche quegli oppressi che hanno brandito il crocefisso contro i loro oppressori.

Nei loro confronti quelli che considerano il crocefisso simbolo dell’alleanza fra trono e altare, della collaborazione fra Stato e Chiesa sono pronti a lanciare l’accusa di strumentalizzazione, fingendo d’ignorare che per credenti e non credenti il senso della croce sta proprio nell’essere simbolo di speranza di riscatto per quegli oppressi che nel nome del Crocefisso hanno trovato il coraggio e la forza per ribellarsi.

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La Croce che non s’impone


di Marco Politi
da Il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2009

La croce non si impone. E’ il messaggio che viene da Strasburgo, dove la Corte europea dei diritti dell’uomo ha sancito che i crocifissi nelle aule scolastiche rappresentano una doppia violazione. Perché negano la libertà dei genitori di educare i figli secondo le proprie convinzioni religiose o filosofiche e al tempo stesso violano la libertà degli alunni. Il governo italiano, tanto attento alla fede cristiana nei suoi proclami quanto a-religioso nei comportamenti del suo leader, ha subito deciso di presentare ricorso.

Agitazione al centro e a destra, dove il ministro Frattini paventa un “colpo mortale all'Europa”, mentre l'Udc Rocco Buttiglione parla di “sentenza aberrante da respingere”. Prudenza nel centrosinistra: il neo-segretario Pd Bersani si limita a definire la presenza del crocifisso nella aule una “tradizione inoffensiva”. Eppure la Corte europea dei diritti dell’uomo è solo responsabile di chiarezza. Non è la sua una scelta antireligiosa, come si affrettano a diffondere le prefiche che lamentano continuamente la perdita delle «radici cristiane d’Europa». Al contrario è il limpido riconoscimento che i simboli religiosi sono segni potenti, che incidono sulle coscienze.

Da tempo l’Italia pseudo-religiosa della cattiva coscienza, per sfuggire alla questione della laicità delle istituzioni, si è inventata la spiegazione che il crocifisso sia soltanto un simbolo della tradizione italiana, un’espressione del suo patrimonio storico e ideale, un incoraggiamento alla bontà e a valori di umanità condivisibili da credenti e non credenti. Non è così. O meglio, tutto questo insieme di richiami è certamente comprensibile ma non può cancellare il significato profondo e in ultima istanza esplicito di un crocifisso esposto in un ambiente scolastico o nell’aula di un tribunale.

Il crocifisso sulla cattedra è il richiamo preciso ad una Verità superiore a qualsiasi insegnamento umano. Il crocifisso sovrastante le toghe dei magistrati è il monito a ispirarsi e non dimenticare mai la Giustizia superiore che promana da Dio. È accettabile tutto ciò da parte di chi non crede in “quel” simbolo? E’ lecito imporlo a quanti sono diversamente credenti sia che seguano un’altra religione sia che abbiano fatto un’opzione etica non legata alla trascendenza? La risposta non può che essere no.

Già negli anni Novanta nel paese natale di papa Ratzinger la Corte Costituzionale tedesca sancì con parole pregnanti che nessuno può essere costretto a studiare “sotto la croce”, perché la sua esposizione obbligata è lesiva della libertà di coscienza. Persino la cattolicissima Baviera – lo riferì a suo tempo anche l’Avvenire non disdegnando la soluzione – ha affrontato il problema. In quel Land tedesco il crocifisso è di norma esposto nelle aule scolastiche: se però degli studenti obiettano, le autorità scolastiche aprono un confronto che può condurre alla rimozione del simbolo.

Il messaggio di Strasburgo porta in Italia una ventata di chiarezza. Non nega affatto la vitalità di una tradizione culturale. Non “colpisce”, come lamenta l’Osservatore Romano, una grande tradizione. Strade, piazze, monumenti continueranno a testimoniare il vissuto secolare di un’esperienza religiosa. Edicole, crocifissi, statue di santi, chiese e oratori continueranno a parlare di una storia straordinaria. (Ma meglio sarebbe che gli alfieri della difesa delle «radici cristiane» si chiedessero perché tante chiese vuote, perché tanta ignoranza religiosa negli alunni che escono da più di dieci anni di insegnamento della religione a scuola, perché sono semivuoti i seminari e deserti i confessionali).

Né viene toccato il diritto fondamentale dei credenti, come di ogni altro cittadino di diverso orientamento, di agire sulla scena pubblica. La Corte europea dei diritti dell’uomo afferma invece un principio basilare: nessuna istituzione può essere sotto il marchio di un unico segno religioso. Laicità significa apertura e neutralità, rifiuto del monopolio. Ci voleva la tenacia di una madre finlandese trasferita in Italia, Soile Lautsi, per intraprendere insieme al marito Massimo Albertini la lunga marcia dal consiglio di classe di una scuola di Abano al Tar, al Consiglio di Stato, alla Corte costituzionale, alla Corte di Strasburgo perché l’Italia fosse ammonita a rispettare questo elementare principio. Se si chiede alla coppia cosa le ha dato la tenacia di non arrendersi al conformismo delle autorità, la riposta è sobria: “L’amore per i figli, il desiderio di proteggerli. E loro, cresciuti nel frattempo, ci hanno detto di andare avanti”.

Sostiene la conferenza episcopale italiana che la sentenza di Strasburgo suscita “amarezza e perplessità”, perché risulterebbe ignorato il valore culturale del simbolo religioso e il fatto che il Concordato riformato del 1984 riconosce i principi del cattolicesimo come “parte del patrimonio storico del popolo italiano”. È questa parola “parte” che i vescovi dovrebbero non dimenticare. Il cattolicesimo non è più religione di Stato né esiste nella Costituzione repubblicana un attestato di religione speciale, rispetto alla quale altre fedi o orientamenti filosofici sono di seconda categoria.
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Il culto della polizia e la governance integrale

di Loredana Biffo
da www.politicamentecorretto.com

Le vicende di Stefano Cucchi, Gabriele Sandri e Gabriele Aldrovandi. E non da meno il caso Marrazzo che coinvolge quattro, forse cinque, carabinieri e, ancora, le violenze poliziesche di Genova, i reati dei depistaggi messi in opera per coprirle: esempi della concezione autoritaria che lo stato propone e impone senza che i cittadini se ne rendano conto, perché l'azione di polizia resta sempre al riparo da qualunque critica o sospetto. Siamo entrati in un'ottica di repressione vista come una missione risolutiva, "antisociologica" delle frange pericolose, intese lombrosianamente inclini al crimine

Le vicende di Stefano Cucchi, 31 anni, morto dopo l'arresto (perchè trovato in possesso di una dose minima di "erba"), portava evidenti sul corpo i segni della violenza subita. Prima di lui Gabriele Sandri, e Gabriele Aldrovandi morto a Ferrara dopo essere stato massacrato da una pattuglia di poliziotti, che hanno poi avuto una condanna mite, che ha sanzionato un comportamento intollerabile in uno stato di diritto.

E non da meno il caso Marrazzo che coinvolge quattro, forse cinque, carabinieri che hanno taglieggiato l'oramai ex governatore del Lazio. Per una settimana in una caserma dell' Arma un gruppo di carabinieri ha ordito e portato a termine con precisione certosina una serie di reati gravissimi.

Via Gradoli è stata teatro di soprusi ai danni dei trans, sono state fatte irruzioni studiate per rapinare denaro e droga, probabilmente con episodi di ricatto a danni di altri clienti. Una banda di criminali in divisa che ha agito indisturbata, nonostante si sapesse che la loro attività era nota negli ambienti della malavita e della prostituzione, come mai nessun collega o superiore si è accorto di nulla?

Che dire invece delle morti in carcere? Dai dati del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, elaborati dall' Associazione contro tutte le mafie, risulta che negli ultimi 9 mesi ci sono stati 138 morti nelle carceri italiane, di 56 per suicidio. I dati ministeriali indicano ben 64.595 detenuti per una capienza su 205 istituti di 43.186 unità. Cioè 21.409 detenuti in più, stipati uno sull'altro. Ma il dato più grave è che di questi 48,5% hanno subito una condanna solo 31,363. Il resto è formato da persone presunte innocenti: 33,232!

Dal 1945 al 1995, in cella si sono stati 4 milioni di innocenti, dal 1980 al 1994 vi è stata assoluzione per metà dei reclusi vittime di detenzioni ingiuste. Più di un milione e mezzo di cittadini è stato giudicato non colpevole, degli oltre 3,5 milioni finiti di fronte ad un giudice. E di questo milione e mezzo sono 313.000 quelli prosciolti con formula piena. Cifre che dovrebbero far rabbrividire tutti i benpensanti e giustizialisti a senso unico.

[si veda anche: "Oltre il tollerabile": il rapporto Antigone sulle carceri]

Le violenze poliziesche di Genova, i reati dei depistaggi messi in opera per coprirle è assolutamente exemplum virtutis della concezione autoritaria che lo stato propone e impone senza che i cittadini se ne rendano conto, perchè se nel parlare corrente della gente comune il marcio del mondo politico è ben rappresentato e messo alla berlina, l'azione di polizia resta sempre al riparo da qualunque critica o sospetto.

In una rappresentazione pubblica e politica della sicurezza come valore assoluto, da tutelare soprattutto rispetto ai problemi dell'immigrazione che a detta di alcuni, renderebbero le nostre città delle giungle, si induce la pubblica opinione a reclamare una idea di sicurezza intesa come protezione e volta esclusivamente come ordine pubblico.

E' un clivage che induce il cittadino a considerarsi in primo luogo "potenziale vittima del crimine" e quindi ragionevolmente disposto a rinunciare progressivamente ai "diritti", pur di essere protetto dalla minaccia che incombe. Mai che venga in mente che la sicurezza possa essere, debba essere, intesa anche come l'essere al riparo dall'arbitrio di chi esercita un pubblico potere, declinata in diritti, garanzie, e prerogative individuali, no, questo significato è metodicamente bandito dal discorso dominante.

Si tratta di riduzione dell'idea di sicurezza resa efficace solo attraverso una dicotomia tra il "mondo dei devianti" e il "mondo dei normali". Dei primi è previsto che se ne occupi la polizia, ovviamente a beneficio dei secondi.

Ma il fatto importante è che l'elemento decisivo di tale dicotomizzazione, è una sorta di idea, di ragionamento che, proviene da oltreatlantico, e che è ben radicato anche da noi, in base al quale, non si può perder tempo e denaro su "teorie sociologiche" sulle radici sociali e ambientali del crimine, che sono accusate di aver troppo a lungo sostenuto politiche tolleranti e velleitarie quanto romantiche idee di integrazione, al fine di tornare al sano principio "fascista" secondo cui "non è la società a creare la devianza, ma sono i devianti ad essere responsabili del crimine".

Questo oltre che essere un concetto di matrice fascistoide, è pure un incrollabile principio puritano, è la riedizione collettivizzata della predestinazione calvinista. Il crimine come risultato del libero arbitrio individuale, il prodotto della singola soggettività votata al male e quindi "predestinata" alla dannazione, infligge un danno che è di natura sociale.

Ad esserne colpita non è solo la vittima di quello specifico atto criminale, bensì tutta la società nel suo complesso. Sempre quella società che scomparsa tra i fattori che codeterminano la devianza, si ripresenta però, come sua principale vittima. Insomma, la società è sempre buona e giusta, sono i singoli ad essere malvagi.

Questo è il continuo ritorno alla "responsabilità individuale", che viene poi sempre inteso come reiterata difesa dell'ordine costituito, anche se questo conduce ad una "irresponsabilità sociale". E' la morte della tradizione liberale, che apre le porte alle funzioni repressive dello stato, che diventa minimo nella funzione di "stato sociale", e massimo nella funzione di "stato di polizia".
La repressione ha la centralità assoluta, immune da ogni condizionamento o dubbio, rende infallibile e certo di immunità chi la esercita, ossia le forze dell'ordine.

La massima degenerazione a cui stiamo assistendo in tale ambito, è la nascita delle ronde, laddove era difficile educare gli operatori di polizia ad un comportamento razionale e rispettoso dei diritti umani, figurarsi come può essere fattibile questo in riferimento a persone che non hanno alcun tipo di formazione e controllo sulle operazioni di ordine pubblico.

Quello a cui si assiste quotidianamente, è una altalenante gara tra destra e sinistra a creare "domanda di sicurezza", attraverso una retorica ufficiale sulle forze dell'ordine, che spesso cade in una inaccettabile copertura di abusi e vessazioni. Vi è la pretesa che i cittadini ammirino e accettino incondizionatamente i tutori dell'ordine pubblico, invocandone la protezione salvo poi far passare come del tutto normale lo sconfino nell'abuso, e la rinuncia a strumenti di controllo e garanzia che ne sorveglino l'operato.

Per non parlare dell'enfasi apologetica che viene fuori in tutte le occasioni ufficiali e le sedi istituzionali, al punto da bacchettare Andrea Camilleri quando ha osato far dire qualche contrarietà al bravissimo Montalbano (avercene commissari così) in merito allo scempio di Genova!

I politici poi, fanno a gara nell'esprimere la propria solidarietà e approvazione per le forze dell'ordine, che sono sempre esenti da ogni sospetto di eccesso o di devianza, anzi, ogni contrarietà d'opinione viene accolta come un affronto, una bestemmia, un tradimento, questo anche da parte di chi, interno a tali "corpi armati", osa mettere in dubbio la giustezza di determinati fatti (e questo lo sostengo in quanto ho avuto esperienza lavorativa in tale settore, quindi parlo con cognizione di causa), stigmatizzando e isolando i dissenzienti, che verranno in tal modo precipitati nella "spirale del silenzio".

E se qualche volta il marcio viene a galla, la stampa si guarda bene dal darvi eccessiva importanza, perchè la polizia non giudica, agisce, e dunque non può sbagliare . Se l'errore giudiziario è contemplato nel dibattito pubblico, l'arbitrio di polizia non lo è, l'accusa più ricorrente è fatta normalmente alla magistratura, colpevole di metter fuori i delinquenti che le forze dell'ordine tanto faticosamente catturano.

Ma attenzione che se il giudizio sulla magistratura può divergere a seconda delle stagioni e convenienze, quello sull'infallibilità della polizia è assolutamente unanime. L'esempio della mattanza di Genova è peculiare, pur di assolvere gli esecutori materiali nella scuola Diaz, nonché per le vie della città e nella caserma Bolzaneto, si è arrivati alla distruzione delle prove, assolto e riammesso in servizio il carabiniere che uccise Carlo Giuliani.

Se si respinge a priori qualsiasi influenza degli squilibri sociali sui comportamenti dei devianti, si avrà l'esclusione di qualsiasi efficacia delle politiche sociali; se la centralità assoluta sarà ancora sulla repressione, sollevata dalla responsabilità, dal condizionamento del dubbio o dell'insufficienza, l'infallibilità di chi esercita la violenza di stato essa non avrà contenimento alcuno. A questo punto il ricorso alle forze di polizia per risolvere qualsiasi problema nelle varie sfere della vita civile, non avrà più limiti, con conseguenze molto pericolose per i cittadini di uno "stato di diritto".

Esiste un problema di consumo di spinelli nelle scuole superiori? Si chiederà ai carabinieri di compiere azioni improvvise di controllo, con cani ed eventuali manganelli. E questo era stato proposto nel 2007 non da un governatore del Texas, ma da un ministro della salute di un governo di centrosinistra in Italia!

Siamo entrati in un'ottica di repressione vista come una missione risolutiva, "antisociologica" delle frange pericolose, intese lombrosianamente inclini al crimine. Nonostante questi gruppi sociali siano interni alle società sviluppate, ne riflettano ideologie e comportamenti, abitudini e atteggiamenti, vengono considerati "corpi estranei", o peggio come nemici, configurando l'azione di polizia come azione di guerra (si pensi al reato di clandestinità).

Le forze dell'ordine non appaiono più come una articolazione dell'ordine sociale, con vincoli e limiti volti a garantire la tutela del soggetto, ma come un esercito schierato a difesa della nazione, dove le necessità di sicurezza e ordine assolvono da soprusi e prevaricazioni dei più deboli. Si mettono in atto mezzi sempre più razionali per raggiungere obiettivi sempre più irrazionali.

Il 1984 di George Orwell, spauracchio del liberalismo, ci ricorda in quella significativa frase del libro "se il fascismo fosse tornato, non avrebbe indossato la camicia nera, ma la giacca di tweed".
Forse l'obiettivo desiderato è quello di una governance integrale? Francamente preferirei uno stato in cui non dover avere paura che se disgraziatamente un ragazzo (magari mio figlio, i nostri figli) fermato per possesso di droga venga massacrato dai tutori dell'ordine costituito. Un invito ai governanti, che non può essere declinato in virtù del culto della polizia.
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CDB italiane: “Meno croce e più Vangelo”

Comunità Cristiane di base italiane
www.cdbitalia.it

COMUNICATO STAMPA

Riteniamo un traguardo di civiltà, laicità, tolleranza, libertà e pacificazione religiosa la sentenza della Corte Europea dei diritti dell'uomo che ha detto "no" all’esibizione del crocifisso nelle scuole pubbliche, pronunciandosi sul ricorso di una cittadina italiana.

Questa nostra valutazione è coerente con tutta la storia delle comunità di base che si sono sempre impegnate per l’affermazione di una laicità positiva in ogni ambito di vita, "nella società, nello stato, nella chiesa" come recita il titolo di un importante Convegno che le stesse comunità base tennero a Firenze già nel 1987.

Sappiamo di essere controcorrente perché la maturazione della società, della realtà religiosa e della politica sul tema della laicità è un percorso lungo e conflittuale. Ma non siamo affatto soli.

"Meno croce e più Vangelo" valeva nella scuola di Barbiana da dove don Milani aveva tolto il crocifisso. Meno croce e più Vangelo valeva per un cattolico come Mario Gozzini, il senatore della legge sulla umanizzazione del carcere, il quale nel 1988 scrisse sull’Unità due forti articoli di critica verso i difensori dell’ostensione pubblica della croce.

Egli da fine politico e da buon legislatore fa la proposta di "uno strumento che impegni il presidente del Consiglio a studiare e compiere i passi opportuni per ottenere, dalla Conferenza episcopale, l’assenso a togliere di mezzo un segno diventato, quantomeno, equivoco … Ci vorrà tempo e pazienza – conclude Gozzini – ma ho speranza che alla fine la ragione e l’autentica coscienza cristiana, quella che bada a Cristo più che ai patrimoni storici, avranno la meglio".

La speranza di Gozzini è sempre più la speranza nostra, di tanti laici ma anche di tante realtà cattoliche.
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NSC: La fede si vive nelle coscienze e si pratica nelle opere

NOI SIAMO CHIESA
www.noisiamochiesa.org

COMUNICATO STAMPA

La fede la si vive nelle coscienze e la si pratica nelle opere. I simboli, come il crocefisso, servono agli atei devoti e ai fondamentalisti che hanno nostalgia della società cristiana, non ai credenti nell’Evangelo

Il portavoce nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:

“Anche sulla questione del crocefisso nelle scuole e negli edifici pubblici esiste una chiara differenza di posizioni all’interno della Chiesa cattolica, anche se i punti di vista diversi da quelli ufficiali fanno fatica a farsi conoscere.

Di fronte alla secolarizzazione, e ai problemi pastorali che essa pone a chi vuole proporre il Vangelo all’uomo di oggi, l’atteggiamento di troppe strutture ecclesiastiche è quello di scegliere una scorciatoia; essa consiste in “campagne” per la difesa di simboli, per cercare di ottenere strumenti legislativi a favore delle proprie posizioni o delle proprie strutture, per ottenere un’affermazione formale e pubblica delle tradizioni e delle radici cristiane dell’Europa, per difendere ogni privilegio concordatario dove esiste e per ricercarlo nelle situazioni nuove (paesi dell’Est). Non ci si rassegna al superamento di una cultura della cristianità. L’ostilità alla sentenza della Corte di Strasburgo è la conseguenza di questo atteggiamento generale.

Ma esiste un altro punto di vista. Esso, di fronte alla necessità di una nuova e credibile evangelizzazione, pensa che si debba puntare soprattutto alla crescita della vita di fede nella coscienza dei credenti e nella vita delle comunità cristiane e alle “opere” di cui parla il Vangelo. Esse consistono oggi nell’impegno per il cambiamento, nella vita democratica, nei rapporti sociali, nei rapporti tra Nord e Sud del mondo e nella pace fondata sulla giustizia e il disarmo.

Così il Vangelo può diventare più credibile agli occhi dell’uomo di buona volontà e in ricerca, usando povertà di mezzi materiali (Matteo 10,9). Questa posizione si richiama al Concilio Vaticano II ed al suo spirito, è proiettata in una prospettiva ecumenica, crede nella fratellanza tra tutte le religioni, senza alcuna bandiera o simbolo, per affrontare i problemi dell’umanità all’inizio del terzo millennio.

Perché non avere un atteggiamento positivo nei confronti della domanda di laicità e di parità del ruolo di ogni religione? Perché non prendere atto che la storia dell’Europa è stata molto segnata dal cristianesimo, con grandi luci e con grandi ombre, ma anche da altre culture (per esempio l’illuminismo, il liberalismo, il socialismo…) ? E’ una questione di onestà intellettuale, non ci sono primi della classe.

Il crocefisso è un simbolo religioso, su cui meditare nel raccoglimento della propria preghiera personale e comunitaria. Come simbolo (improprio) dell’identità e della cultura nazionale esso viene usato strumentalmente da tutta la destra miscredente (quella degli atei devoti e di quelli che adorano il Dio Po) e da quella cristiana fondamentalista.

Il Vaticano e la CEI non vogliono e non riescono ad avere una posizione più equilibrata e attenta a tutte le sensibilità presenti nella Chiesa ma, anzi, contribuiscono ad alimentare rivendicazioni e acide polemiche.”
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La via crucis italiana

di Rosa Ana De Santis
da www.altrenotizie.org

La sentenza della Corte Europea, che accoglie il ricorso di una madre italiana originaria della Finlandia, non lascia ombre interpretative. La presenza della croce nelle aule scolastiche rappresenta una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le proprie convinzioni e una pesante discriminazione della libertà religiosa dei ragazzi. Il Parlamento italiano, quasi unanime, è insorto. Non solo i soliti cattolici alla Buttiglione, ma anche i paladini delle teorie più modaiole dell’integrazione e del multiculturalismo. Il Presidente della Camera, Gianfranco Fini, parla di laicismo deteriore. Bersani, neo segretario del PD, scomoda addirittura una lezione sulla conflittualità accademica tra il diritto e il buonsenso, contraddizione in cui saremmo incappati, secondo lui.

La reazione italiana e il pronto ricorso sono i sintomi evidenti di uno strumentale utilizzo ora della religione ora della laicità e della smania, questa davvero pericolosa, di seppellire i fondamenti inequivocabili che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa, quindi - mutatis mutandis - tra la scuola pubblica e i principi della Costituzione italiana. Per chi l’avesse dimenticato, la religione cattolica, indubbiamente rappresentativa di cultura e tradizioni nazionali, non è più religione di Stato dalla revisione dei Patti Lateranensi del 1984. E, a chi fosse digiuno di catechismo, sarà bene ricordare che la croce non è semplicemente anzi non è affatto il simbolo di una cultura o di un folclore nazionale.

Alla CEI, che si adira della sentenza, non andrebbe giù un’interpretazione di questo tipo. La croce è tutta la mistica della religione cristiano-cattolica. Il centro della dogmatica e dei pilastri della fede. La croce non è uguale all’icona di Gesù di Nazareth. La croce è Cristo, un chiaro simbolo di fede. Ciò su cui si dirime, non a caso, attraverso sottili sfumature teologiche, la differenza tra le diverse chiese cristiane.

A quale tradizione e cultura da tutelare si riferisce il Ministro Gelmini? Alle meraviglie dell’arte sacra che rendono l’Italia regina di bellezza? Al patrimonio inestimabile della croce rappresentata nelle nostre chiese e nelle innumerevoli opere d’arte? Oppure si riferisce alle processioni, ai riti, ai costumi anche inconsapevoli che la nostra tradizione ha ereditato e assorbito? Peccato che tutto questi non c’entri con i crocifissi appesi sopra le cattedre o con il rito delle preghiere che si celebravano un tempo a fine lezione.

Insomma sarebbe opportuno decidere da quale parte stare, sempre. E non di volta in volta assecondare la teoria che più piace e più procura consensi. La laicità di un paese che si candida a sostenere l’integrazione come unica via di un multiculturalismo pacifico non può diventare ora una teoria, ora il suo esatto opposto. Non esistono interpretazioni controverse. La croce non è solo cultura, ma un richiamo esplicito a una fede particolare che non può accampare visibilità e dominio maggiore di altre solo perché corrisponde anche ad una tradizione. L’errore di questo slittamento, che al Parlamento italiano piace molto, è quello che ha permesso all’Europa di bocciare la nostra visione ridicola del laicismo svelata per quello che è: un dominio all’italiana.

E’, ancora una volta, un’elementare questione di metodo, a fare la differenza. Quella stessa croce, tolta dal muro e portata al collo, non è più elemento di dominio, o richiamo alla supremazia di una fede attraverso la maschera della cultura. In quello spostamento sta l’unica possibilità che nella scuola, i figli di tutti, a partire dalle diverse educazioni e convinzioni, imparino a riconoscere la differenza e a rispettarla. Questo ci aspetteremmo dalla scuola di uno Stato laico. Non un crocefisso per ricordare al bambino musulmano, a quello ateo o al buddista tutto quello cui lui non ha diritto. Nemmeno un simbolo per le sue tradizioni e per il suo dio.

Non è con il pretesto di un simbolo imposto nelle aule di tutti e dello Stato che torneranno a riempirsi le chiese. Non crederà la CEI che facendo di dio la bandiera di questo Paese verranno rimessi i peccati di certa politica. Tutti quelli fatti contro gli ultimi e i bisognosi. E non era questo il monito di un innocente messo in croce dal potere degli uomini? Ma del resto è lontano da questa morale il fuoco che agita gli animi del Parlamento, loro parlano di tradizione. E’ così che una scappatoia per la coscienza rimane sempre. In chiesa e davanti ai cittadini.
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La battaglia su un simbolo

di Stefano Rodotà
da Repubblica, 4 novembre 2009

Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente, non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate, ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue sottovalutazioni.

Dovremmo ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia, s´era parlato addirittura di una "fuga della Corte", nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso della illegittimità della esposizione del crocifisso.

Nella decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo, che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione, della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta, allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte" della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso, "possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".

Inoltre, il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che, in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili, evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni diritto.

Non si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario, come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.

Un grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente, allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.

Guai a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile conflitto, che nega l´identità europea, che è "sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura "un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti". Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata", si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici "rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese. Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista" cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.

Mantenendo lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria, manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa, tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950, quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?

Questa sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime dei suoi giudici, ci aiuta.
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Croce via

di Dario Fo
da ll manifesto, 4 novembre 2009

Suona scandalo la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo che, accogliendo la denuncia di una cittadina italiana, dichiara che la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche è una violazione della libertà dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e della libertà di religione degli alunni. Scandalizza enormemente i cattolici apostolici romani. Ma non i cristiani. Perché ci sono anche i cristiani non apostolici romani che non fanno del predominio del simbolo della croce il loro valore essenziale. Naturalmente è tutt'altro che offensiva per chi è ateo e non ha religione come me, e tantomeno la sento offensiva per chi professa un'altra religione.

L'elemento straordinario della sentenza, destinata a destare non solo scandalo ma dibattito e scontro, sta nel fatto che precipita sullo schermo piatto della realtà italiana che vive - vivrà? - nei millenni all'ombra del potere della Chiesa romana. Da questo punto di vista è la critica profonda al simbolo per eccellenza, la croce. Proposto finora come una simbologia imposta, affisso ovunque in scuole, ospedali, uffici come il connotato forte della nostra cultura. Una onnivora cultura di stato. E i cattolici difficilmente molleranno l'idea di essere i gestori della religione di stato.

Non a caso però la Corte europea ha aggiunto che proprio la presenza dei crocefissi nelle aule può facilmente essere interpretata dai ragazzi di ogni età come un evidente segno religioso e dunque potrebbe condizionarli: se incoraggia i bambini già cattolici, può invece essere di condizionamento e disturbo per quelli di altre religioni e per gli atei.

Esplode l'ira del Vaticano, il governo di centrodestra accusa, balbettano dall'opposizione democratica: «È una questione di cultura, di tradizione». Allora apriamo anche il libro nero di queste cultura e tradizione. Il cattolicesimo della Chiesa romana nasconde dietro il crocifisso interpretato come riscatto, una cultura e una storia di violenze, sopraffazioni, guerre. In nome della croce sono stati commessi grandi misfatti, Crociate, Inquisizioni, la rapina e i massacri del Nuovo mondo, la benedizione degli imperi e degli uomini della provvidenza. Pensate che il cattolicesimo ha proibito fino all'Ottocento di tradurre in volgare la Bibbia e il Vangelo.

In nome di quel «segno» si sono commessi i crimini più efferati. E si commettono, con le proibizioni contro il diritto degli uomini a gestire la conoscenza e la libertà individuale e sessuale. Se è la «nostra cultura», come dichiarano l'intrepida ministra Gelmini e il «pontefice» Buttiglione che accusa la sentenza di Strasburgo di essere «aberrante», perché non raccontare il lato oscuro della croce come simbologia di potere? Invece è come se continuassero a dire: lo spazio del visibile, dell'iconografia quotidiana della realtà è mio, lo gestisco io e ci metto le insegne che voglio io. È questo che è sbagliato.

La Conferenza episcopale strilla che si tratta di sentenza «ideologica». Racconti della violenza nella cultura storica della Chiesa romana apostolica, dei roghi contro la ragione eretica che da sola ha fatto progredire l'umanità. Se è l'origine salvifica per tutti che si vuole difendere, allora va accettato e relativizzato al presente, perché in origine esso era solo un segno di riconoscibilità dei luoghi clandestini di preghiera e culto. Non un simbolo imposto, che rischia di richiamare un rituale comunque di morte, contro gli altri, le altre culture, storie, religioni.

Che la realtà che ci circonda, in primo luogo quella formativa della scuola, torni ad essere spazio creativo oltre le religioni, libero per tutti dagli obblighi oppressivi dei valori altrui.
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Crocefisso, nessuna legge lo prevede

di Michele Ainis
da La Stampa, 4 novembre 2009

Doveva arrivare un giudice d’Oltralpe per liberarci da un equivoco che ci portiamo addosso da settant’anni e passa. In una decisione che s’articola lungo 70 punti (non proprio uno scarabocchio scritto in fretta e furia) ieri la Corte di Strasburgo ha messo nero su bianco un elenco di ovvietà.

Primo: il crocifisso è un simbolo religioso, non politico o sportivo. Secondo: questo simbolo identifica una precisa religione, una soltanto. Terzo: dunque la sua esposizione obbligatoria nelle scuole fa violenza a chi coltiva una diversa fede, o altrimenti a chi non ne ha nessuna. Quarto: la supremazia di una confessione religiosa sulle altre offende a propria volta la libertà di religione, nonché il principio di laicità delle istituzioni pubbliche che ne rappresenta il più immediato corollario.

Significa che fin qui ci siamo messi sotto i tacchi una libertà fondamentale, quella conservata per l’appunto nell’art. 9 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo? Non sarebbe, purtroppo, il primo caso. Ma si può subito osservare che nessuna legge della Repubblica italiana impone il crocifisso nelle scuole.

Né, d’altronde, nei tribunali, negli ospedali, nei seggi elettorali, nei vari uffici pubblici. Quest’obbligo si conserva viceversa in regolamenti e circolari risalenti agli Anni Venti, quando l’Italia vestiva la camicia nera. Fu introdotto insomma dal Regime, ed è sopravvissuto al crollo del Regime. Non è, neppure questo, un caso solitario: basta pensare ai reati di vilipendio, agli ordini professionali, alle molte scorie normative del fascismo che impreziosiscono tutt’oggi il nostro ordinamento. Ma quantomeno in relazione al crocifisso, la scelta normativa del Regime deve considerarsi in sintonia con la Costituzione all’epoca vigente. E infatti lo Statuto albertino, fin dal suo primo articolo, dichiarava che «la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». Da qui figli e figliastri, come sempre succede quando lo Stato indossa una tonaca in luogo degli abiti civili.

Ma adesso no, non è più questa la nostra divisa collettiva. L’art. 8 della Carta stabilisce l’eguale libertà delle confessioni religiose, e stabilisce dunque la laicità del nostro Stato. Curioso che debba ricordarcelo un giudice straniero. Domanda: ma l’art. 7 non cita a sua volta il Concordato? Certo, e infatti la Chiesa ha diritto a un’intesa normativa con lo Stato italiano, a differenza di altre religioni (come quella musulmana) che ancora ne risultano sprovviste. Però senza privilegi, neanche in nome del seguito maggioritario del cattolicesimo. D’altronde il principio di maggioranza vale in politica, non negli affari religiosi. E d’altronde la stessa Chiesa venne fondata da Cristo alla presenza di non più di 12 discepoli. Se una religione è forte, se ha fede nella sua capacità di suscitare fede, non ha bisogno di speciali protezioni.
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